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VIDEO. Riflessioni di mons. Derio Olivero, dalla morte alle vacanze

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di Piergiacomo Oderda

Mons. Olivero ci accoglie nel suo studio in Curia, arricchito da una bella immagine scolpita da Fulgido Tabone della Madonna del Rocciamelone, in attesa di riprendere le forze necessarie per poterla contemplare dal vivo. Seguo con gli occhi il suo anello episcopale mentre racconta serenamente il decorso della malattia. «Di fronte alla possibilità di morire sembra che tutto evapori, il corpo, i progetti, le cose fatte, i ruoli e restano due cose, la tua identità sembra sbriciolata, in realtà è data da un Qualcosa a cui aggrapparti, io dico la fede in Dio e tanti volti con cui hai costruito che non evaporano per niente, restano veramente solidi e sono parte di te, sono la tua identità, restano quelle due cose lì, tu sei quella cosa lì».

Sentiva la vicinanza della gente anche se non poteva vedere il cellulare. «Al pensiero della morte ho sempre avuto nella mia vita una certa paura, invece in quel tempo avevo una grande serenità e mi chiedevo come facessi ad essere così sereno pur sentendo che la morte era abbastanza vicina. Quando poi ho saputo di quanta gente ha pregato per me, ha dimostrato il suo affetto, sia nel Pinerolese che nella provincia di Cuneo, ho capito che ero forte e sereno perché c’era tanta gente che mi ricordava, pregava, dimostrava la sua vicinanza in mille modi».

“Occorre saper cercare il sole nella pioggia, desiderare cose belle anche nella tempesta” scriveva il nostro vescovo e lo riconferma. «Il nostro compito è quello di riuscire a vederci qualcosa di buono e di bello, in termini filosofici si dice trovare un senso a questa vita. In tutte le situazioni ci deve essere qualcosa di bello, qualcosa che in qualche modo ti sostiene o per lo meno fa sorgere un desiderio di vita. Io credo che questo valga per tutte le situazioni, ho cercato di metterlo in pratica anche in questi lunghi giorni di malattia. Scoprire quanta gente ha cercato di essermi vicino vale molto più di tutte le sofferenze che ho vissuto».

Ha scritto una bella cartolina per i turisti che si affacciano in questi giorni al territorio del Pinerolese. «Noi vediamo la vacanza come una parentesi per staccare e lo è, abbiamo bisogno di riposo. La vacanza dev’essere anche un allenamento degli occhi. La vacanza ma anche solo quando vai un giorno in montagna è una bella opportunità per allenare gli occhi e dire “ma guarda che bei fiori, ma guarda questo prato, hai visto queste rocce come sono particolari, guarda che panorama, hai visto il cielo di oggi?”. Se la vacanza ti allena a vedere qualcosa di bello torni con una capacità, una pienezza di bellezza che è sempre un rimando al senso e anche con una forza per riuscire a vedere la bellezza anche a casa tua».

Tornando al “lavoro” di vescovo, mons. Olivero scrive: “Sogno comunità aperte, umili, cariche di speranza”. «Aperte vuol dire capaci di uscire dalla tentazione che la Chiesa ha sempre avuto che è quella di creare un muro, senza volerlo. Bisogna rendersi conto che questo muro non c’è e credo che quest’epoca ce lo ha fatto vedere rispetto ai non praticanti. Siamo stati tutti non praticanti, io per primo. Io non praticavo, non andavo a messa, perché ero malato ma anche perché in ogni caso non c’erano le messe. Eppure abbiamo curato la fede ognuno come poteva per andare avanti. Togliere il muro, ragionare senza quel muro in mezzo, non ci sono i regolari e gli irregolari, siamo tutti in cammino e aperti, umili, noi non siamo i detentori della verità, siamo i discepoli della verità, non ce l’abbiamo in tasca. Imparare a dialogare, a vedere il bene negli altri, vedere le cose positive e importanti che hanno gli altri, i non praticanti, quelli delle altre confessioni, gli appartenenti ad altre religioni. “Carichi di speranza”, i cristiani devono essere questo, portatori di speranza».

Come si può riconfigurare il ruolo del presbitero dopo la pandemia? «Da un lato il sacerdote ha dovuto fare i conti con una realtà che ti ha tolto una delle cose che ti dava più identità, la celebrazione, e ci si è resi conto che il prete deve anche seguire altre cose, la cura della Parola di Dio, la cura delle relazioni, non basta celebrare, l’ho detto in una lettera. Dall’altro, ci siamo resi conto, messi tutti sparpagliati non potendoci più ritrovare lì a fare le solite cose importanti che è essenziale recuperare la cura del laico, non solo del laico impegnato in parrocchia ma del laico che è credente là dove vive. Credo che queste siano due grandi questioni che quest’epoca ci ha buttato sul tappeto».

Come mai l’idea delle messe in montagna? «E’ un modo per dire la chiesa in uscita, per dire in modo simbolico che davvero non vogliamo rimanere arroccati alle solite cose ma vogliamo andare là dove la gente vive. E’ anche un modo per essere vicino ai turisti. Dare l’opportunità di un momento di preghiera anche in un giorno di vacanza credo sia un bel modo per essere vicini alle persone ma anche per aiutare, spero, a vivere la vacanza come un’occasione per allenare gli occhi. Fermarsi un’oretta, tre quarti d’ora a fare messa in un luogo bello, si spera sia un buon modo di pregare e, per chi non è tanto abituato ad andare a messa, un’occasione per stare in silenzio e ammirare, rendersi conto di quant’è bello il creato».

Com’è nata l’idea del libro “Non è una parentesi” (Effatà, 2020), come hai fatto a raccogliere tutti questi amici? «Appena tornato a casa, dovevo stare un mesetto forzatamente in casa, mi sono detto: “devo fare qualcosa per aiutare a riflettere a riflettere a partire da questa situazione, perché non sia solo una parentesi che ci lasciamo alle spalle”. Potrei raccogliere i miei amici con cui condivido momenti di dialogo e chiedere di fare un libro, ognuno dal suo punto di vista rispondere alla questione: “che cosa vuol dire che non è una parentesi, a che cosa ci apre?”. A loro ho detto: “avete dieci giorni di tempo, mandatemi un contributo”. Sono stati tutti fedelissimi. Credo possa essere un punto di partenza, non è la delineazione della Chiesa di domani ma certo un punto di partenza per delineare dei cammini, dei sentieri».

Piergiacomo Oderda

Nella foto il vescovo di Pinerolo mons. Derio Olivero

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