I giovani laureati emigrano perché non si investe più nella ricerca, ma l’industria è sempre più in difficoltà. Renato Zambon: “Investire su turismo, agricoltura e grande distribuzione.”
Il mese scorso ci siamo occupati dei preoccupanti dati riguardanti la fuga dei giovani dal nostro territorio: cinquanta cittadini tra i 20 e i 25 anni nel 2012 hanno abbandonato Pinerolo. Abbiamo deciso di proseguire l’inchiesta, con una panoramica sul mondo occupazionale del pinerolese. Ci siamo rivolti a Renato Zambon, direttore del centro dell’impiego della città.
Lo scenario emerso è, come ci si poteva aspettare, piuttosto preoccupante. I disoccupati, sul nostro territorio, hanno raggiunto le 11.000 unità: come se un abitante di Pinerolo su tre fosse disoccupato!E i giovani?
“Il dato della disoccupazione giovanile è più o meno quello che si registra a livello nazionale,” ha detto Renato Zambon “se non un po’ più alto: stiamo parlando del 33% del totale dei disoccupati. Senza una profonda innovazione, difficilmente potremo riprenderci.”
Bisogno di innovazione, quindi, ma in quali campi? Ve ne sono ancora in grado di garantire sviluppo? Secondo Zambon, sì, ma c’è anche bisogno di cambiare mentalità.
“Non si può continuare a puntare tutto, come in passato, sull’industria. Il settore è in crisi profonda e molte aziende non ce la fanno a continuare la loro attività. Anziché continuare a mantenere in vita complessi che non possono ripartire, con mezzi come la cassa integrazione in deroga, bisogna investire sulle aziende che hanno retto e trovare nuova occupazione per gli operai rimasti senza lavoro, ma non più nell’industria.”
E quali sarebbero i settori su cui puntare?
“Essenzialmente sono tre: il turistico alberghiero, l’assistenza familiare e la grande distribuzione, anche se quest’ultima andrebbe ripensata in modo da non danneggiare le piccole attività. Questi i grandi settori su cui puntare e verso i quali ci si è già mossi. Ve ne sono anche altri, che potrebbero essere altrettanto importanti, ma sui quali si dovrebbero fare progetti completi e di ampio respiro. Potrebbe esserci un ritorno, per esempio, al mondo agricolo, in un’ottica di produzione di prodotti più sani. Abbiamo registrato un aumento dell’interesse per questo settore proprio tra i giovani.
La salvaguardia del territorio potrebbe essere un altro bacino di occupazione da sfruttare, ma non solo quando accadono le catastrofi. In Italia si aspetta sempre il disastro per provare a risolvere i problemi; se si creasse una rete di manutenzione, monitoraggio e protezione delle nostre valli, si avrebbero effetti positivi sia sull’occupazione che sulla sicurezza dei cittadini.
Sempre in relazione all’ambiente, un settore che qualche anno fa sembrava destinato al decollo è quello delle energie rinnovabili. Gli incentivi statali avevano fatto nascere numerose imprese sul nostro territorio, ma, alla cessazione di tali aiuti, esse non hanno retto. Bisognerà ripensare il settore, impegnandosi, questa volta seriamente, a sostenerlo.
Quindi sono questi gli spazi che potrebbero trovare i giovani. Nel frattempo, però, molti di loro stanno ora abbandonando il territorio, sia locale che nazionale: il sistema non è in grado di trattenerli?
“I dati dell’esodo giovanile sono in linea con quelli nazionali. Il problema è che le industrie non hanno più risorse da investire nella ricerca, ambito in cui i maggiormente i giovani laureati vengono impiegati. È normale quindi che scelgano di emigrare in altri Paesi, dove possono mettere a frutto quello per cui hanno studiato e percepire stipendi decisamente più alti.”
Il nuovo apprendistato come si inserirà in questo scenario? Gioverà all’economia?
“
L’economia sicuramente ne trarrà giovamento, poiché il potere d’acquisto dei giovani aumenterà e le aziende dovranno sostenere minori spese. Non bisognerà però lasciarsi spaventare dagli stipendi bassi: la condizione di apprendista è quella di un lavoratore in formazione e pertanto è temporanea.
Noi crediamo molto nell’apprendistato. Stiamo appunto organizzando dieci giornate con vari comuni locali, per creare una sinergia tra amministrazioni e aziende, che renda più agevole la collocazione dei lavoratori, delle risorse e delle informazioni. ”
Quindi i giovani perfezioneranno la loro formazione anche dopo gli studi, all’interno delle aziende stesse.
“Esatto. Devono capire che non si finisce mai di studiare, bisogna continuare a formarsi e aggiornarsi, anche terminate le scuole. Per essere davvero competitivi bisogna continuare a studiare, con un unico obiettivo: conservare il proprio posto di lavoro.”
Per valorizzare i settori di cui si è parlato, per fare in modo che possano fornire posti di lavoro sufficienti a fare ripartire l’economia, le istituzioni dovranno quindi impegnarsi in seri progetti, anche a lungo termine; e non solo le amministrazioni locali, ma tutto il Paese dovrà compiere grandi sforzi per cambiare un’economia la cui base industriale non è più in grado di sostenere un nuovo sviluppo.
Simone Sindoni