Torino, tredicenne molestata nel minimarket. L’indagato è un cittadino bengalese. Ancora una volta immigrazione e sicurezza al centro del dibattito. La notizia data dalla giornalista Elisa Sola del “La Stampa”.
di MDM
Una ragazzina di tredici anni entra in un minimarket di Torino per acquistare una bibita. Ne esce, secondo il suo racconto, sconvolta e disgustata dopo essere stata ripetutamente abbracciata e palpeggiata dal titolare dell’esercizio.
L’uomo finito al centro dell’indagine è un cittadino bengalese di 42 anni, nei confronti del quale il GIP di Torino ha ritenuto sussistenti gravi indizi in relazione all’ipotesi di violenza sessuale aggravata dalla minore età della persona offesa. Una vicenda ancora nella fase delle indagini e nella quale, naturalmente, vale la presunzione di innocenza.
Ma il caso pone anche una questione che sarebbe sbagliato ignorare: sicurezza e immigrazione sono diventate una delle grandi questioni sociali del nostro Paese.
Non perché la responsabilità penale possa essere attribuita a una nazionalità o a una comunità — sarebbe una generalizzazione tanto ingiusta quanto priva di fondamento — ma perché, quando uno straniero è accusato di un grave reato, è legittimo interrogarsi sull’efficacia dei controlli, sull’integrazione, sulla capacità dello Stato di prevenire la criminalità e sulle conseguenze che devono derivare dall’accertamento definitivo di determinati comportamenti.
Nel caso torinese c’è poi un elemento destinato inevitabilmente a suscitare discussione.
Il GIP non ha convalidato il fermo, ritenendo insussistente un concreto e attuale pericolo di fuga. Allo stesso tempo, però, ha ritenuto presenti gravi indizi di colpevolezza e persino un concreto pericolo di reiterazione di condotte analoghe. Ha quindi ordinato la liberazione dell’indagato applicandogli l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria.
Una decisione perfettamente comprensibile sul piano della procedura — perché fermo e misura cautelare rispondono a presupposti differenti — ma che sul piano dell’opinione pubblica pone una domanda molto più semplice: quanto riesce il nostro sistema a conciliare le garanzie dell’indagato con la domanda di sicurezza della collettività?
È questo il punto sul quale il caso torinese dovrebbe far riflettere.
L’immigrazione non può essere criminalizzata e la stragrande maggioranza degli stranieri che vive e lavora in Italia non può essere associata alle condotte di un singolo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare il timore di apparire discriminatori in un motivo per evitare qualsiasi discussione sul rapporto tra immigrazione irregolare, integrazione, recidiva, espulsioni e sicurezza urbana.
Per affrontare seriamente il problema servono però numeri e non slogan.
Ed è proprio qui che questo singolo episodio potrebbe diventare il punto di partenza per un’inchiesta più ampia: quanti stranieri sono denunciati, arrestati o detenuti in Italia? Per quali reati? Qual è l’incidenza rispetto alla popolazione residente? Quanto pesa l’immigrazione irregolare? E quante espulsioni vengono effettivamente eseguite?
Solo rispondendo a queste domande si può capire se la percezione di un’emergenza trovi riscontro nei dati.
Perché la sicurezza non ha nazionalità. Ma nemmeno i problemi possono essere cancellati semplicemente evitando di nominarli.
Il ministro Nordio manda gli ispettori al Tribunale di Torino per acquisire ogni valutazione utile.
MDM