FOTO. Consegna del premio don Tonino Bello al cardinale Pizzaballa

Consegna del premio don Tonino Bello al cardinale Pizzaballa

di Piergiacomo Oderda

Sulle note di “La voglia di amare”, interpretate dal coro “Ala di riserva” diretto da Sergio Filippo, si apre nel cimitero di Alessano (LE) la consegna del premio internazionale don Tonino Bello. Assiepati attorno alla tomba del vescovo di Molfetta, si applaude all’arrivo di don Ciotti e del card. Pierbattista Pizzaballa. Il presidente della Fondazione don Tonino Bello, Giancarlo Piccinni, accenna alle finalità da statuto, «organizzare attività culturali e artistiche di interesse sociale» per proseguire l’impegno di promozione della cultura di pace e del progresso di fratellanza e solidarietà, propri di don Tonino, «senza pace non c’è futuro». Il premio viene consegnato a personalità che si sono distinte nella loro vita come testimoni di pace. Nel marzo 2019, nella sala convegni gremita di folla di Palazzo Marino a Milano è stato assegnato a don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera per sottolineare l’indissolubile legame tra pace e giustizia. La seconda edizione, nel 2023, ha visto premiare a Bologna il card. Matteo Zuppi per il suo impegno pastorale su pace e dialogo con gli uomini. Ai testimoni viene consegnato un manufatto in legno d’ulivo recante l’effigie delle insegne episcopali di don Tonino, realizzate dal medesimo artista, Fernando Campanile, che scolpì croce e pastorale. Il vescovo di Ugento e S. Maria di Leuca, Vito Angiuli, ricorda come la tomba di don Tonino Bello in questi anni è stata meta di pellegrinaggio da persone di tutte le età, culture, credenti e non credenti. Un quadro ricorda la visita nel 2018 di papa Francesco. Don Tonino è stato seminato in questa terra, con allusione alla pagina evangelica del chicco di grano che muore nella terra e porta molto frutto. La tomba è meta di persone che intendono «rinverdire, rinsaldare» il senso dei valori testimoniati, «il germoglio di quel seme è fiorito!». La presenza del card. Pizzaballa richiama il Santo Sepolcro di cui è custode con le altre confessioni religiose, «quella tomba che esprime la speranza che non si consuma». Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura, Gravina e Acquaviva delle Fonti, nonché presidente nazionale di Pax Christi, ricorda come un prof. di Verona parlasse dei morti come “diversamente viventi”. Ricorda altresì l’espulsione di don Nandino Capovilla in quanto ritenuto pericoloso per Israele. Tenta di citare in ebraico Is 21, 11-12, “Sentinella, quanto resta della notte”. La sentinella replica “tu cammina, non fermarti a fare domande”. Si chiede se davvero non ci sia niente da fare di fronte alla strage della guerra, «ci devono ascoltare prima o poi». Nel decreto di venerabilità di don Tonino si parla del titolo acquisito nel 1985 come Presidente Nazionale del movimento Pax Christi in cui si è impegnato nel sensibilizzare all’obiezione fiscale contro le armi e per la demilitarizzazione della Puglia. Cosa avrebbe detto don Tonino oggi? La domanda più corretta è «cosa stiamo facendo, dicendo sulla guerra, l’ingiustizia, la violenza?». Richiama la metafora atletica della staffetta per chiedere se abbiamo raccolto il testimone di don Tonino. “Un popolo non alzerà la spada contro un altro popolo” (Is 2,4). Don Ciotti definisce la Terra Santa come «luogo più doloroso e santo del mondo». Don Tonino amava ripetere che la pace non è un nastro di partenza ma uno striscione d’arrivo. Quando le macerie dei muri dei cuori sono più alte dei sogni c’è chi come il card. Pizzaballa tesse fili invisibili di dialogo. Occorre spegnere l’incendio con la forza disarmante della Parola. L’ultima parola sulla storia non ce l’avranno i carrarmati ma «le grida delle madri, il pianto dei bambini e la pazienza di Dio». La nostra voce di costruttori di pace trova luce nuova in “Magnifica Humanitas” di papa Leone, «sigillo definitivo su verità che don Tonino aveva scolpito nella carne della sua profezia». Il nome di Dio non può essere in alcun modo associato alla violenza e alla guerra, «dobbiamo mettere qui un punto» ripete tre volte tra gli applausi. E’ necessaria la liberazione del volto di Dio dalle maschere di sangue che gli uomini gli incollano addosso. Il card. Pizzaballa viene insignito del premio «non come vincitore ma come testimone di Dio che è solo amore, non vuole la morte del peccatore, non schiera eserciti ma asciuga le lacrime». Una politica che sceglie il disarmo non fa i conti col bilancio ma col Vangelo. Il Signore, per intercessione di don Tonino, dia la forza di continuare, lo Spirito santo accenda in tutti noi lo stesso fuoco della pace.

Il Presidente della Regione Puglia, Antonio De Caro, introduce la figura di don Tonino: «non è stato solo un vescovo ma un’autorità di fede, civile e anche politica». Richiamava settimanalmente gli amministratori locali ai loro doveri. In una fase di oscurantismo politico, sociale, civile era «una bussola che indica la rotta… ci ha orientati nell’azione politica e amministrativa». In questo momento non c’è bisogno di discorsi sulla pace ma di persone che operino come il card. Pizzaballa in Terra santa, caratterizzata oggi da «dolore, lacerazione, disumanità». Don Tonino ammoniva nel 1982 i “costruttori di pace” a mettersi in piedi, a contrastare la rassegnazione. Per i potenti, il mar Mediterraneo è un luogo da contendere, da presidiare. «Per noi è un luogo di incontro, di contaminazione… i nostri genitori ci hanno insegnato di non aver paura di quel mare e lo insegniamo ai nostri figli. Porta l’eco delle culture dei popoli che l’hanno attraversato». La testimonianza di don Tonino spinge ad essere donne e uomini con il coraggio di parlare ai potenti anche quando sbagliano. «Insegna agli amministratori ed ai politici di ascoltare le voci della strada prima del palazzo». Stefano Bello, figlio di Marcello, il medico fratello di don Tonino, ringrazia il card. Pizzaballa, consapevole che «ogni minuto sottratto alla questione palestinese è un minuto sottratto alla pace». Ha scelto di indossare il grembiule, sposando la Chiesa dei poveri. Zio Tonino con cinquecento pacifisti ha messo a rischio la sua vita per l’ex Jugoslavia, invitava a non dimenticarsi di far sventolare le bandiere della pace. Fabio Tarantino, Presidente della Provincia di Lecce, considera la circolarità intorno alla tomba di don Tonino, «il cerchio ci mette alla pari», crea condizioni di dialogo che servono per raggiungere la pace non solo in Palestina ma in tutti i luoghi del mondo. Il card. Pizzaballa vive in Terra santa da trent’anni, di cui è custode, responsabile della chiesa presente in Palestina, Israele, Giordania, Cipro «tiene aperte le relazioni quando le guerre le interrompono». Occorre fermare la violenza e creare condizioni per una soluzione politica. Il legame con don Tonino Bello consiste nel modo di intendere il termine “pace”. Nel dicembre 1992, già ammalato, don Tonino si è recato fisicamente nel luogo di conflitto, «pace richiede presenza, stare dentro la complessità». L’ente locale non decide le sorti ma sceglie quella cultura che contrasta la disuguaglianza, impedisce che le differenze creino competizione. «Ci abituiamo alle immagini di guerra. Cosa siamo disposti a fare per costruire la pace?». Invita sindaci e amministratori locale ad andare sulla striscia di Gaza per contribuire a fermare la guerra. Osvaldo Stendardo, sindaco di Alessano, ricorda la visita del card. Pizzaballa di quattordici anni fa nel campo sportivo. Don Tonino invitava a parlare con le opere, le parole volano via. La guerra non si ferma con le manifestazioni ma con i fatti, con il confronto; don Tonino esortava altresì a sostituire il pronome “io” con “noi”.

Mimmo Muolo, giornalista di Avvenire, intervista il card. Pizzaballa, riprendendo la domanda «cosa farebbe oggi don Tonino Bello?». «Ogni tempo deve trovare le sue risposte nelle circostanze». Da don Tonino si ricava il criterio con il quale faceva le sue scelte per portarlo nel nostro tempo. Una cosa è chiara: «non sarebbe stato zitto!». Non cambieremo la politica internazionale ma è nostro dovere nella nostra realtà essere una presenza viva, determinata, chiara, capace di parlare. Le parole aprono prospettive, creano cultura. Possono uccidere ma anche salvare, dare vita. Nel nostro contesto di Terra santa siamo in un contesto di violenza fisica, militare grandissima ma è iniziata prima nelle parole, nel linguaggio disumanizzante. Il linguaggio violento crea violenza. Don Tonino ci direbbe oggi che non basta dire “no alle armi” ma occorre lavorare per recuperare un linguaggio, una parola, un pensiero che considera l’altro parte di sé, con cui fare i conti per vivere insieme. Da lì costruire prospettive, un percorso di guarigione che richiederà tempo. Non so quando finirà la notte, dice il cardinale, ma ci sono tante luci: israeliani, palestinesi, cristiani, ebrei, musulmani si mettono in gioco per fare qualcosa di diverso. Si seguono i percorsi di queste luci in attesa che arrivi l’alba. Mimmo Muolo riprende una considerazione emersa il giorno prima a Monopoli, «questa guerra non finirà fino a quando non ci sarà il reciproco riconoscimento», quando i palestinesi riconosceranno il diritto di Israele ad esistere ed Israele il diritto dello Stato dei palestinesi entro confini certi e sicuri. Pizzaballa parla di una «fase di esclusione reciproca, non si trova spazio per l’altro. L’altro non esiste, ciascuno si sente l’unica vittima». Israele resterà lì come i palestinesi. Occorre «capacità di costruire prospettive, creatività»; il loro futuro non sarà uno senza l’altro, bensì uno accanto all’altro nel riconoscimento della storia dell’altro. Si parla di spazi, terre, ma il card. aggiunge l’elemento “storie”. «Riconoscere l’altro, non solo che c’è ma la sua storia e cultura». Il processo richiederà tempo. Il popolo palestinese è schiacciato, va riconosciuto «deve avere la sua dignità e spazio». Non sarà semplice «riconoscere che siamo tutti essere umani». I luoghi parlano della nostra storia, siamo in un contesto di negazione e la violenza è il rischio. Ci sono persone capaci di fare rete, «la notte non è eterna, prima o poi l’alba verrà». Muolo richiama le parole di papa Leone a inizio pontificato, “pace disarmata e disarmante”, come vanno applicate alla situazione della Terra Santa? Pizzaballa ritiene che si viva nell’illusione che «per costruire nuovi equilibri politici sia necessario l’uso della forza». La frase di papa Leone va declinata con «disarmare il pensiero, innanzitutto». Non è solo togliere le armi, «le produciamo perché c’è chi le compra!». Si diceva che la terza guerra mondiale sarebbe stata combattuta con i bastoni, in quanto le bombe atomiche avrebbero distrutto tutto. «Ci sarà sempre desiderio di possesso, di violenza». Vanno disarmati il linguaggio e le relazioni. La violenza non è solo militare, ha tante forme, pensieri, atteggiamenti. «Un “work in progress”, lavoro continuo». Testimoni come don Tonino Bello e papa Leone ci ricordano il nostro dovere. La pace non è solo responsabilità, è una scelta. Muolo considera come la situazione nella striscia di Gaza sia sempre più drammatica. Conferma il card. Pizzaballa la gravità dal punto di vista umano. Due terzi delle abitazioni sono distrutte, alcune città sono rase al suolo; due terzi della popolazione vive nelle tende, gli altri restano tra le rovine. Le infrastrutture sono distrutte, non c’è elettricità, acqua, fogne. Nella sua penultima visita a Gaza aveva notato una montagna di spazzatura, «le ONG riescono a fare qualcosa, il cibo c’è», mancano i medicinali; pochi ospedali funzionano. Manca il gasolio per i generatori elettrici, essenziali per consentire il funzionamento di pompe o filtri per l’acqua. Mancano le scuole, sono tre anni che i ragazzi non frequentano, quelle che non sono state distrutte sono divenute un rifugio per la popolazione. Nell’ultima visita dello scorso giugno, parlando con la gente ha sentito questa considerazione: «adesso è più difficile, quando c’era la fase più acuta eravamo in modalità sopravvivenza», non c’era né spazio, né tempo per porsi domande, occorreva reperire acqua e cibo. Ora ci si chiede: «che sarà di noi, dei figli? Quando ci sarà la ricostruzione? Quando i figli andranno a scuola? Quale sarà il loro futuro?». Le promesse smentite appesantiscono le domande. Il direttore dell’Università ha implorato il card. di fare una visita. Ha trovato un gruppo di seicento giovanissimi che si sono dati da fare per “rabberciare” le rovine per riprendere a studiare. Erano tutti musulmani e sapendo che sarebbe arrivato un cattolico italiano, uno aveva persino preparato una domanda in latino. Il card. ha sentito la passione, il desiderio di ricominciare a vivere. Quando ha detto che i cristiani rifiutano qualsiasi forma di violenza non ha fatto in tempo a finire la frase che si sono alzati in piedi per applaudire. Sono tutti ragazzi con la famiglia decimata, non hanno nulla ma si oppongono ad ogni forma di violenza.

Muolo incentra la riflessione sul tema del perdono, «il perdono ha bisogno di tempo, di comprensione, di verità, di essere riconosciuti» scandisce il card. Pizzaballa. Non è una caramella ma il frutto di un percorso serio diretto al superamento del male commesso e ricevuto. «L’unica testimonianza che noi cristiani possiamo dare» consiste nel proporre con la testimonianza un percorso che possa portare non solo a riconoscere ma a perdonare. Il cardinale ha incontrato singole persone, musulmani ed ebrei che hanno avuto vittime, padri e madri arsi vivi, figli massacrati in carcere. «Non intendono dare voce al loro dolore richiudendosi, non vogliono che altri subiscano lo stesso dolore». La strada non è impossibile ma ha bisogno di tempo, di un percorso per fare verità, «tenere aperte queste finestre è compito della Chiesa». “Cosa vi aspettate da noi?” domanda il giornalista di Avvenire. Il card. crede nella potenza della preghiera, «cambia il modo in cui vediamo, il nostro sguardo sulla vita». Valorizza la preghiera di intercessione, quando «ci sentiamo perduti» è importante «la forza della preghiera di tanti che ci sostengono». E’ necessario parlarne in maniera seria, tenere viva l’attenzione. L’empatia è stata rubata in questa guerra, la capacità di volersi bene, arrivare al cuore di tutti dove si prendono le grandi decisioni della vita, «vicinanza e solidarietà». Antonio Caprarica aggiunge una questione, «per noi che vogliamo la pace, è possibile camminare senza strumenti per imporre di abbandonare la violenza?». In altre parole, se la battaglia politica in seno a Israele non costringe a rinunciare al progetto di egemonia, se nella comunità palestinese non si afferma una corrente realistica di riconoscimento reciproco, come mantenere viva la speranza? Pizzaballa parafrasa l’incipit del libro di Amos, non è figlio di profeti, suo padre è contadino. Tuttavia non si sottovaluti la potenza dell’opinione pubblica. La politica ha grandi responsabilità, «nei vostri paesi occidentali, la politica dipende da cosa la popolazione chiederà». I politici hanno la delega, chi fa la delega sono coloro che li scelgono. «E’ solo questione di tempo, il desiderio di cambiare sta crescendo… seminiamo, qualcun altro raccoglierà». Prima della lettura delle motivazioni don Ciotti aggiunge la necessità «da parte di tutti di uno scatto in più. Nessuno si senta a posto o arrivato».

Nelle foto il cardinale Pizzaballa durante la cerimonia per la c onsegna del “premio don Tonino Bello”

 

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