di Piergiacomo Oderda
Sono trentaquattro le tracce musicali che compongono il Concertone di Melpignano “La Notte della Taranta”. La “performance” dell’Orchestra Popolare condotta da Ermal Meta e dal “maestro concertatore in seconda” Davide Antonio Pio parte dall’inno di Mameli e da “Quant’ave”, un’ouverture in cui le nove voci di cantori si alternano, avviate da Giancarlo Paglialunga, definito dalla conduttrice Eva Stockolma, “il gladiatore del Salento”. Sono proprio le variazioni di voce, in particolare l’intonazione delle vocali, dei cantori che via via interpretano i brani tradizionali a costituire ciò che rende prezioso l’ascolto. Spiccano i gioielli del leccese Gianni De Benedittis come valorizzazione dell’artigianato locale.
Dopo la pizzica di Cosimino in cui l’impareggiabile Nico Berardi suona la cornamusa, si passa ad uno dei canti «dalle schiene piegate», “La tabaccara” con intro e fraseggi dell’organetto di Claudio Prima e della fisarmonica di Roberto Gemma; un canto di denuncia per gli ambienti insalubri di lavoro. Il primo ospite d’onore, Sayf, si esibisce in “Menamenamò”, mentre le ballerine coordinate da Fredy Franzutti danzano con i ventagli. Consuelo Alfieri incita Melpignano a pensare al Mediterraneo come «mare di pace e di condivisione, non di corpi immersi». “Rusciu te lu mari” è scandito dal suo enorme tamburo. Paglialunga anima “La pizzica di Sannicola” sempre con intro di organetto mentre sul fondale compaiono immagini di tamburelli ad opera di Lorenzo Marino; un’unica ballerina si batte il petto, immagine di quella sofferenza delle tarantate che sembra passare in secondo piano nello spettacolo. Secondo ospite in ordine di apparizione è Antonella Amoroso, canta e balla “Santu Paulu” e persino i danzatori alzano lo sguardo alla ricerca del trascendente. E’ la cantante che più sfrutta il gioco di telecamere, purtroppo con Sayf non sarà presente nel “Kalinifta finale”, conclusione toccante del concerto. Dopo il suo brano “Vivere a colori”, ringrazia Biggie Bash per la composizione del brano ed esprime solidarietà con «le donne dei centri antiviolenza», cita in particolare l’associazione “Una, nessuna, centomila”. Alessandra Caiulo interpreta il canto popolare promessa d’amore “Damme ‘nnu ricciu” con unico accompagnamento del pianoforte di Davide Antonio Pio e le dissolvenze elettroniche di Ermal Meta. «Mentre il mondo sceglie le armi», invita a pensare «ai confini da attraversare, alle vite da salvare». Terzo ospite è il rapper leccese Welo con “Core meu”. Tra le strofe in dialetto inserisce «Siam tutti fratelli, che importa della pelle», Ermal Meta e Davide Antonio Pio suonano le chitarre, mentre Berardi si esibisce con un’esilarante trombetta.
La prima parte di “La cerva” con Gisela Joao è accompagnata solo dal pianoforte e dal sintetizzatore dei concertatori, si riattivano poi flauti e fisarmonica mentre è struggente la triplice ripetizione finale della cantante portoghese «Ieu su vinutu pe amare a tie». Anche Ermal Meta canta “Cent’anni sale” con delicato finale su tastiera, interessante l’inedito “Nu simu niente”. Evidenzia «il potere di alzarsi in piedi contro chi vuol usurpare la nostra terra». Ricorda la “flamingo revolution” in Albania e movimenti simili ad Ostuni e in Sardegna, «ci siamo, questa terra è nostra, nessuno può venderla e comprarla». Salvatore Galeanda inneggia all’arbëreshë con “Ec Ec”, tra sonorità klezmer, attorniato dai danzatori. Alessandra Caiulo interpreta “Fior di libertà” mentre si ascoltano le parole di Calamandrei, «la libertà è come l’aria». Sul fondale appare la parola chiave “continuità”; il brano è stato composto da Simone Frezza, in occasione degli ottant’anni della repubblica, del primo voto alle donne. La pizzica del Gargano “Ferite ferite” viene interpretata da una meditativa Enza Pagliara al ritmo delle nacchere mentre Ermal Meta si destreggia tra le sue cinque tastiere tra cui un sintetizzatore modulare con tastiera analogica che produce un suono che più si avvicina alla voce umana; «ti voglio bene ancora» è l’accorato finale a voce sola con dedica ai cantori tradizionali, «alberi di canto che ci fanno ricordare chi siamo e da dove veniamo». Un ritmo sincopato di fisarmonica accompagna il brano di Sayf, “Tu mi piaci tanto”. «Abbiamo le scope, le patate, signore, shampoo per i capelli, sapone per la barba», quasi come un venditore entra in scena “lo tsunami del Salento”, Antonio Amato con “Aria caddhipulina”. Incita il pubblico a cantare mentre improvvisa un trenino con i danzatori. In una fase del canto si apprezza il suono dei soli tamburelli, Alessandro e Roberto Chiga, Carlo “Canaglia” De Pascalis e Gioele Nuzzo.
La parola chiave “comunità” introduce il quinto ospite, Levante, con la canzone popolare “Beddha ci dormi” dove emerge il mandolino di Peppino Grassi. Confessa nell’intervista con Martina Martorano nella diretta di Radio due che una ragazza salentina le ha detto «mia nonna me la cantava per farmi addormentare». Tutti i cantori si alternano nella pizzica “Canuscu ‘nna carusa” e l’immancabile “refrain” «Beddhu l’amore e ci lu sape fa». Si apprezzano i vocalizzi di Amato nella “Pizzica di San Vito” con intro di batteria (Antonio Marra) e sintetizzatore. Si sorride quando i primi piani dei cameramen permettono di distinguere il braccialetto “artista”, indossati dai cantori. Ancora il pianoforte di Davide Antonio Pio introduce una toccante “Madonna te lu mari”, «Guardame ste mane/ca s’hanno fatte a sangu/a furia di remare/mienzu a stu grande mare»; interpreta Dario Muci con dedica ai pescatori di Santa Maria al Bagno. Potente la voce del sesto ospite, Giulia Vecchio in “Acqua te la funtana”. Invita a «difendere la nostra bellezza da un certo tipo di turismo» che tratta i salentini «come fossimo un souvenir». Scaglia i suoi strali contro una turista americana, Beyoncé che «ha trafugato un brano della nostra tradizione». Ritraduce e riporta sul palco “All the singles ladies” (album del 2008) con il titolo “Tutte le zitelle”. Ultimo ospite è Maria Mazzotta con “Libru d’amore” mentre appare sul fondale la parola chiave “incontro”, «l’uomo ti lusinga e poi t’inganna». Segue “Amore amaro” accompagnata dal didgeridoo di Gioele Nuzzo, «la terra collassa e nui guardiamo». Ringrazia «quelli che non si vedono, i tecnici». Giselle Joao canta “Louca” con “scoperta” come parola chiave e segue un medley “Manushaqja. Lu pecuraru” con echi di musica balcanica. Levante canta il suo brano “Malìa” con parola chiave “dialogo” e segue “Aremu”, interpretata da Ninfa Giannuzzi, «l’inno della pace deve entrare nei cuori, bisogna imparare a volare insieme, la pace è possibile». Tutti i cantori si alternano nella pizzica “De Notte”; dopo il Tg, la mandola di Gianluca Longo introduce Ermal Meta che canta “Lule lule” abbandonando il look rosso per il nero mentre le telecamere inquadrano spesso il violino di Giuseppe Astore. Intensa l’interpretazione di Stefania Morciano in “Ferma zitella”, dedicata «a tutte le donne di stasera». Si assiste ancora ad un alternarsi di tutti i cantori nella pizzica “De sira” e gran finale con “Kalinifta” in cui Ermal Meta cita tutti gli artisti, definisce la voce di Dario Muci «capace di incantare anche le pietre».
E’ sempre impressionante vedere la folla di giovani che assiepano un paese di poco più di duemila abitanti. L’apporto delle conduttrici Ema Stockolma ed Aurora Leone è imbarazzante quanto a contenuti, si limitano spesso a chiedere “com’è andata?”. Solo Jodie Alivernini su Radiodue aggiunge qualche informazione sui canti tradizionali e sui cantori, pur storpiando il nome di Caiulo. Il recupero delle tradizioni salentine è affidato sempre più al format televisivo tanto che la recensione de “Il fatto quotidiano” apprezza il sound prodotto da voce e tamburello di Enza Pagliara durante il Tg, a telecamere spente. Un appello firmato da Consuelo Alfieri ed altri artisti invita a valorizzare gruppi e maestranze locali in vista della trentesima edizione (21 agosto 2027). Si spera che per tale evento venga potenziato il sistema di navette, bus, treni. Prima della diretta si è potuta apprezzare la registrazione di interi brani tratti dalle tappe del festival itinerante (Zollino, Muro leccese, Marina di San Cataldo). In particolare viene ripresa la voce di Rachele Andrioli, accompagnata dalla fisarmonica di Rocco Nigro e dal violoncello, talora imbracciato come fosse una chitarra, di Redi Hasa.