FOTO. Studenti del Liceo Berti. Mostra: “Meta-morfosi. Dal Visibilia al Pixel”

di Piergiacomo Oderda

Al Museo d’Arte Urbana di via Rocciamelone a Torino, si è inaugurata la mostra “Meta-morfosi. Dal Visibilia al Pixel”. Guidati dalla docente Alessia Lusardi, gli studenti del Liceo Berti espongono i loro lavori e li commentano durante il “vernissage”. Sbavature di colore che fuoriescono da una tela inducono a riflettere sul significato evocativo del titolo “Non smetterai mai di cambiare… ma rimani comunque tu”. Mi aggiro tra “I demoni dell’adolescenza” e una “Vedova nera” che campeggia in un cuore gigante. Luca si avvicina mentre leggo la sua toccante poesia dedicata al papà; il dolore che traspare dai suoi versi si materializza tra frammenti di carta incollati. Nell’area “politica” noto una serie di palloncini neri, «sono palloncini ma anche delle bombe, sono proprio vicino a questo ossimoro fortissimo del filo spinato e del peluche rosa, un linguaggio che usavano molto i poeti visivi negli anni Settanta». La curatrice, docente al Liceo Berti e all’Università di Milano Bicocca, spiega l’iniziativa: «Questo progetto nasce con il Piano triennale delle arti, un decreto legislativo del 2017 rivolto a tutte le scuole, dall’infanzia fino alla secondaria di secondo grado». In questa mostra, «il concetto principale è quello di lavorare insieme ai ragazzi riflettendo sulla mostruosità e sull’identificazione nel mostro». Si parte dalle «immagini dello zoomorfismo dal Medio Evo sulle formelle del battistero di Parma fino ad arrivare alle metamorfosi, cambiamenti e mutamenti di tutte quelle che sono sperimentazioni surrealiste, digitali come i “Brain rot”, terreno di interesse soprattutto per i bambini e per i preadolescenti». Si individua in queste trasformazioni «una cifra ontologica dell’essere umano, c’è bisogno di riconoscerci in qualcosa che si continua a trasformare. Dare una semplice tela, uno spazio bianco a questi adolescenti è un modo per far proiettare questo inespresso che diventa mostruosità, quella mostruosità diventa una zona d’ombra che prende forma quotidianamente». Alessia Lusardi spiega la sua didattica “risignificativa”, «cerco di partire sempre da quello che i ragazzi considerano un errore, una macchia o banalmente uno scarabocchio. Far vedere il contrasto, il paragone con le grandi opere dell’arte contemporanea, per i ragazzi diventa una sorta di incoraggiamento: “Ah però l’hanno già fatto altri!”. La macchia diventa “drimping”, il taglio diventa il taglio della tela di Fontana o anche un gesto che magari può essere sottinteso diventa un gesto di “performance”, insomma tutto può diventare interessante. Leonardo nel Cinquantaquattresimo paragrafo della pittura ci parla della macchia che per “il pintore” diventa qualcosa di interessante perché si ha l’esigenza di portare l’informe a buona forma. In questa identificazione, i ragazzi riescono a sperimentare la riuscita e soprattutto la mostra diventa la chiusura del circolo ermeneutico. Le persone chiedono, si interessano di quella macchia, quello che in laboratorio poteva essere solo un errore, attraverso lo sguardo dell’altro viene risignificato».

Giulia di 5^F conferma l’ipotesi della “prof”. «Ogni narrazione è una metamorfosi e ciascuno di noi ha cercato di rappresentarla. Oltre alle opere del Piano triennale ci sono degli “avatar”. Dovevamo cercare di creare un nostro “avatar” che incarnasse una nostra metamorfosi, la nostra paura, un timore». Il suo disegno si ispira ad un’opera di animazione giapponese del 1976, in cui una ragazza che viene violentata fa una metamorfosi e da ragazza diventa fiore, «le parole che fuoriescono sono una seconda metamorfosi. Da individuo a fiore, da fiore a parola. E’ una poesia che avevo scritto un po’ di tempo fa… la poesia è stata scomposta, fuoriesce da questo fiore per indicare l’incomunicabilità delle emozioni».

Un fondamentale sostegno per Alessia Lusardi è la collega Valentina, che si occupa di consapevolezza corporea, «all’interno del progetto porto la mia esperienza di contaminazione delle arti attraverso la danza contemporanea, anche con elementi di mindfulness, di yoga». I ragazzi svolgono un percorso di sviluppo emozionale, «attraverso il corpo indagano come questo strumento sia fondamentale per l’integrazione di mente e corpo. Attraverso la consapevolezza del proprio corpo come strumento vanno a riconoscere le proprie emozioni, per poterle gestire, manipolare per poi riuscire a rappresentarle nei più diversi linguaggi artistici possibili, attraverso l’arte figurativa come nel caso di Alessia o nel caso di arte performativa attraverso piccole “performances” corporee; utilizzo la coreografia come momento di inclusione, indagine della relazione, orientamento personale per conoscersi. Anche la dimensione personale diventa una responsabilità collettiva, ha delle ricadute nell’ecosistema nel quale viviamo». In locandina, un simpatico insetto ha gli sguardi degli studenti della classe. Per visite feriali su prenotazione, 3333589960.

 

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