dal nostro inviato MDM
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Milano, 12 marzo 2026 – Al Teatro Franco Parenti, nel convegno dedicato alla separazione delle carriere dei magistrati, la sorpresa non sono stati gli interventi degli esponenti di governo. Quelli erano prevedibili. La vera sorpresa è stata un’altra: sul palco si sono succeduti molti garantisti che con l’attuale maggioranza non hanno nulla a che vedere.
In una stagione politica in cui una parte della sinistra sembra aver smarrito la propria tradizione garantista, a difendere la riforma si sono trovati giuristi, magistrati, giornalisti e perfino ex esponenti del Partito Democratico.
Il momento più emblematico è arrivato con l’intervento dell’ex senatore Stefano Esposito, accolto da un lungo applauso della platea. Il suo esordio è stato tanto semplice quanto tagliente:
«Qui non dovrei esserci io. Dovrebbero esserci tutti quelli che per anni hanno fatto battaglie garantiste e che oggi sono spariti». Una frase che ha fotografato con precisione il clima del dibattito italiano sulla giustizia.
Sul palco non c’erano soltanto politici. Tra gli interventi più significativi quelli dei costituzionalisti Sabino Cassese e Nicolò Zanon, che hanno ricondotto la separazione delle carriere dentro un discorso più ampio di equilibrio istituzionale e di modelli europei della magistratura.
Il direttore del Riformista Claudio Velardi ha ricordato come il tema non possa essere ridotto alla solita contrapposizione tra destra e sinistra, ma riguardi l’architettura stessa dello Stato e il rapporto tra poteri.
L’intervento del giornalista d’inchiesta Antonino Monteleone, che ha ricordato le varie inchieste da lui fatte su errori marchiani commessi dai magistrati, tra cui l’ultimo sulla morte di David Rossi.
La presa di posizione dell’Avvocato Francesco Greco, Presidente e Avvocato del Consiglio Nazionale Forense che, nel suo intervento ha toccato diversi punti della riforma, ma uno in particolare ha suscitato attenzione nella platea: la posizione di una parte dell’avvocatura contraria alla separazione delle carriere.
Greco ha dichiarato di non riuscire a comprendere per quale motivo alcuni avvocati si dichiarino contrari alla riforma. Una posizione che, secondo lui, appare difficilmente conciliabile con la tradizione garantista dell’avvocatura italiana e con il ruolo che la difesa dovrebbe avere nel processo.
E poi l’intervento di Antonio Di Pietro, ex pubblico ministero simbolo della stagione di Mani Pulite, che ha riportato la discussione sul terreno concreto delle distorsioni del sistema giudiziario.
Ma i momenti più forti del convegno non sono arrivati dalla politica o dall’accademia.
Il magistrato milanese Marco Bravaccini ha spiegato con chiarezza un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico: la separazione delle carriere non serve soltanto ai cittadini, ma anche ai magistrati stessi. Distinguere nettamente tra chi accusa e chi giudica, ha spiegato, rafforza l’imparzialità del giudice e rende più trasparente il processo.
Ancora più intensa la testimonianza del luogotenente dei Carabinieri Luciano Masini, che ha raccontato la sua vicenda personale: indagato dopo aver ucciso un uomo armato che poco prima aveva accoltellato quattro persone. Un racconto che ha riportato il dibattito fuori dalle astrazioni giuridiche e dentro la realtà di chi ogni giorno è chiamato a far rispettare la legge. A un certo punto gli è stato chiesto cosa avrebbe votato al referendum. La risposta è stata quella di un servitore dello Stato:
«I Carabinieri non dicono cosa votano». Poi però ha aggiunto un invito semplice e diretto: andare a votare. Perché partecipare – ha spiegato – è il modo migliore per rafforzare lo Stato.
La conclusione è stata affidata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ribadito la posizione del governo: la riforma della separazione delle carriere serve prima di tutto ai cittadini e all’efficienza della giustizia.
Meloni ha anche voluto spegnere sul nascere una delle polemiche politiche che circolano attorno al referendum: quella secondo cui il voto potrebbe trasformarsi in un giudizio sul governo. «Se qualcuno pensa di votare no per far cadere il governo», ha detto, «si sbaglia». Secondo la premier il risultato sarebbe molto più semplice: avere «un governo che non piace e una giustizia che continua a non funzionare».
Il paradosso emerso al Teatro Parenti è forse proprio questo: mentre il dibattito politico continua a dividersi lungo le solite linee ideologiche, la questione della giustizia sembra ormai parlare soprattutto a chi non ha paura di difendere una parola che in Italia è diventata quasi scomoda: garantismo.
Nella foto il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il suo intervento al Teatro Parenti di Milano