Il Passo di Dyatlov.
Dal 1959 fino ai giorni nostri è ancora un mistero.
di Nicola Bosio
La strana morte, avvenuta 64 anni fa, degli escursionisti russi dell'incidente del Passo di Dyatlov ha portato fino all’ultimo periodo tantissime nuove teorie complottiste.
Che cosa sia realmente accaduto quella notte in cui dieci persone dell'Istituto Politecnico degli Urali di Ekaterinburg in spedizione alpinistica e con gli sci di fondo, si sono accampati sul pendio innevato Kholat Syakhl e settimane dopo, non avendo ricevuto piu' notizie del gruppo sono stati ritrovati morti con terribili lesioni dalle squadre di ricerca. Ci sono solamente teorie complottiste, e la verità forse, sarà sempre un segreto che si celerà nei misteri della Storia.
Questo interessante fatto storico ha ispirato moltissimi libri e documentari che cercano di ricostruire questa inspiegabile tragica fine che hanno coinvolto questi sette uomini e due donne (uno studente si salvò casualmente per avere avuto, prima della misteriosa notte, un problema articolare, e dovette tornare indietro).
Dunque, il 23 gennaio 1959, gli escursionisti partirono per un'escursione di oltre 300 km sui Monti Urali e non fecero mai ritorno. Stando a cosa c'era scritto nei diari personali e nelle fotografie delle fotocamere, il team alpinistico si è accampato il 1 Febbraio, montando una grande tenda sulle "Montagne dei Morti" (significato di Kholat Syakhl nella lingua della regione).
Non avendo più notizie, la squadra di ricerca trovò la tenda che spuntava di poco dalla neve, e appariva tagliata dall'interno. Il giorno seguente, vicino a un albero, fu trovato il primo corpo. Nei mesi successivi, e con lo sciogliere della neve, gli investigatori scoprirono dei dettagli terrificanti: tutti e nove i corpi erano stati trovati sparsi sul pendio della montagna, la maggior parte svestiti; certi cadaveri apparivano con gravi fratture al cranio e al torace; ad alcuni mancavano gli occhi, ad uno mancava la lingua.
La faccenda più curiosa sta nel fatto che i vestiti ritrovati avevano una forte carica radioattiva, più del normale. Questo fatto è incomprensibile perché in quella zona non c'è mai stata traccia di radioattività e nessuna costruzione di centrali nucleari.
L'indagine che fu condotta al tempo imputò la morte a una "forza naturale sconosciuta" e la polizia sovietica chiuse il caso nella massima riservatezza.
L'ipotesi più accreditata e più diffusa riferisce la causa della tragedia a una valanga, tuttavia mancano dettagli scientifici fondamentali che appoggino tale teoria.
Nella notte del 1 febbraio, infatti, non ci furono nevicate e, inoltre, la maggior parte delle lesioni analizzate dai medici sui corpi ritrovati, non avrebbero potuto corrispondere a eventuali danni causati dalla morte per soffocamento tramite la caduta di una valanga.
Questa carenza di dettagli su questo avvenimento sconvolgente ha dato l'avvio a innumerevoli teorie complottiste che hanno ipotizzato varie cause oscure, come ad esempio i test militari clandestini e gli attacchi dello yeti o di extraterrestri.
Questo caso è ricordato come Il mistero del Passo Dyatlov, dal nome del capo della spedizione.
Nicola Bosio