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Associazione Amiche e Amici Accademia di Medicina di Torino “Comunicare diagnosi difficili”

24/11/2021 16:40

L’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino ha organizzato un incontro sul tema “Comunicare diagnosi difficili” presso l’Accademia di Medicina in via Po 18 a Torino e in modalità web. La registrazione sarà disponibile a breve sulla pagina Facebook e sul canale Youtube dell’Associazione. Simone Veronese riepiloga in un’intervista a Livia Tonti di MD Digital il tema dell’importanza della comunicazione tra medico e paziente, come comunicare le diagnosi difficili che aprono un percorso di cura in cui non sia possibile portare a guarigione. Da alcuni anni, nelle Università si cura quest’aspetto prevedendo esami e crediti specifici. Prima non si insegnava come comunicare, i medici erano lasciati all’esperienza, al tirocinio, ai buoni maestri. Per il dott. Veronese che lavora nelle cure palliative, si tratta di un’esperienza quotidiana. A comunicare si impara, è un dovere per il medico come sancisce il comma 8 dell’articolo 1 della legge 219/2017 (“Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”). Il tempo della comunicazione è tempo di cura. I medici sostengono di non avere tempo, creando un conflitto tra legge e realtà concreta. «Abbiamo bisogno di tempo per comunicare, ce lo dobbiamo ricavare per far bene un’attività dovuta». Se si pensa di non essere portati alla comunicazione, ad ogni modo non si può non comunicare. Se si tenta di sfuggire, si comunica che «non ce la faccio a stare in questa relazione». Quando si utilizza il gergo medico che rappresenta una barriera, ci si difende dietro parole difficili che hanno un senso nella comunicazione scientifica ma che sottintendono che non si sta cercando di arrivare al paziente. Illustra il protocollo “Spikes” nato in Oncologia negli anni Novanta (R. Buckman). Ogni lettera riguarda un aspetto importante nella comunicazione. Innanzitutto, è necessaria la cura del “setting”: dove si svolge il colloquio? Non in una sala d’aspetto, in una camera d’ospedale con altre persone o quando il paziente sta male! Bisogna eliminare le barriere, togliersi il camice, sedersi accanto al paziente. Ci si deve chiedere cosa sa il paziente, che informazioni ha. Fare domande, ascoltare per capire quanto quella persona vuole sapere. C’è chi reagisce dicendo “a me questa informazione non interessa, lo dica a mia moglie, mi fido di lei!”. Occorre dare informazioni importanti per il percorso di cura, quelle che servono per costruire una relazione in cui accompagnare il paziente. Si comunica la diagnosi, il trattamento, la prognosi, il percorso di cura; può essere l’esito di una Tac o addirittura un trattamento sperimentale, se vale la pena proporlo. E’ importante accogliere le emozioni, ci può essere il diniego, il rifiuto, la rabbia, c’è chi minimizza il problema. Occorre dare un nome alle emozioni e creare il “follow up”, «non ti abbandono, da adesso inizia il percorso». Esistono corsi specifici se ci si rende conto di non essere in grado. Il titolare dell’informazione è il paziente che può richiedere di avere qualcuno vicino. Anche il medico può farsi aiutare da un collega, da un infermiere per ricevere un “feedback” pur all’interno della procedura del consenso informato.

Nella foto Veronese e Marchetti

 

Piergiacomo Oderda

 

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