Di Piergiacomo Oderda
Assistere ad una sfilata di moda sociale mi ha permesso di conoscere il progetto Nidò, fra le eccellenze della cooperativa "Liberi tutti". Attendo Erika Mattarella mentre si districa fra svariate persone a cui dare indicazioni nei locali dei Bagni pubblici di Via Aglié, a Torino. «La cooperativa è nata da un gruppo di giovani di Barriera di Milano che avevano deciso di prendersi cura della chiesetta di legno di via Perosi 11. Ha questo nome perché era una chiesa costruita dagli abitanti di corso Taranto quando furono insediati in quel pezzo di quartiere senza servizi. Poi fu abbandonata perché la Curia costruì la chiesa della "Risurrezione", aperta a settanta metri da lì. Si decise di provare a far diventare questo rudere abbandonato un centro di quartiere; fu ristrutturato, la più grande metratura in realtà tiene ancora la chiesa perché si coinvolsero gli abitanti che dicevano "Ma no, quella lì per noi rimane la chiesa! La domenica vogliamo fare la messa lì".
Nella restante parte furono aperti dei servizi per il quartiere e principalmente un centro minori diurno per ragazzi che hanno delle fragilità familiari; quando escono da scuola vanno al centro diurno fino alle sette e alle sette i genitori li vanno a prendere. C’è anche un centro disabili, il CAD, dove ci sono una ventina di ragazzi che vivono in famiglia ma stanno lì dalle nove alle quattro tutti i giorni. Sono coinvolti in un sacco di attività, adesso inizieranno a Falchera a fare l’orto, hanno vinto per due anni di seguito il premio In-genio. C’è proprio un bello spirito di gruppo, stanno insieme, vanno al museo, vanno a fare circo. Quando vado a fare dei percorsi di formazione dico che nel nostro mestiere sei come "Iron man". E’ matto da legare, si costruisce una serie di marchingegni per esser più forte ma in realtà rimane un fragilone sfigatissimo.
Quando si aprivano alcuni servizi, si cercava sempre di coinvolgere il territorio e far sì che quel servizio diventasse un arricchimento per il territorio. L’esempio di Nidò è lampante perché in origine era un’accoglienza per richiedenti asilo femminile nel Canavese che poi ci ha portato a fare un accordo in Procura sulla tutela delle donne in accoglienza. Quello che dal territorio può essere percepito come una difficoltà ("Aiuto, aprono il centro per gli immigrati nel mio paese!") diventa una risorsa. Abbiamo anche un’accoglienza in provincia tra Alessandria e Genova, in un paesino della Valle Scrivia. Alla fine del percorso insieme al Comune, oltre a promuovere il volontariato dei ragazzi che vanno a scuola, l’inserimento lavorativo, per il fatto stesso che ci fossero venti nuovi abitanti nel paese che per il loro percorso di accoglienza avessero bisogno di muoversi dal paese per andare a scuola, allora sono aumentati i passaggi dei pullman in quel paesino».
Sonia Migliaccio mi spiega come si origina l’esperienza di Nidò.
«Con un piccolo gruppo ci occupiamo di accoglienza di donne richiedenti asilo presunte vittime di tratta sul territorio del Canavese e abbiamo un servizio di unità di strada sempre sul Canavese. Lavoriamo sulla zona del consorzio Cissac (Consorzio Intercomunale Servizi Socio-assistenziali), da Chivasso, Foglizzo, Caluso, Strambino, fino ad arrivare a Romano. Inizia con un’idea di creare insieme all’artista Francesco Liberti un laboratorio di arte e espressione per le ragazze, inizialmente per cercare di sviscerare quelli che sono i trascorsi difficili o comunque le problematiche che le ragazze si portano dietro per quello che è il loro storico evitando la classica modalità di comunicazione verbale. All’interno di questo laboratorio poi abbiamo pensato che sarebbe stato interessante non creare come sempre un servizio da offrire ma pensare qualcosa insieme alle ragazze, trasformandole da soggetti riceventi a soggetti attivi. Abbiamo incominciato a capire con le ragazze quali potessero essere le nostre abilità ed è venuto fuori che a tante ragazze piaceva cucire, una ragazza aveva un po’ di esperienza nella fotografia, altre ragazze erano in grado di truccare, altre di pettinare, altre avevano quest’abilità meravigliosa nello sfilare. Abbiamo iniziato a pensare come poter mettere insieme tutte queste "skills" e l’idea della sfilata ci è piaciuta molto perché era un rappresentare anche la propria fisicità in una maniera del tutto differente e positiva, un mostrare se stesse ma con un’accezione del tutto diversa da quella che poteva essere il loro storico. Il laboratorio inizialmente era dedicato alle ragazze in accoglienza però, quando poi Nidò ha iniziato a prendere vita, è diventato un’occasione di inclusione per altre ragazze e ragazzi nigeriani che abbiamo incontrato per varie vicissitudini. Ad oggi Nidò è un progetto che ha una base etica sia dal punto di vista di cercare di creare un inserimento lavorativo, sia dal punto di vista della "moda" perché cerchiamo di riutilizzare tessuti che ci vengono donati, che comunque i negozi non utilizzano più, cerchiamo di modificarli, di renderli di nuovo appetibili ad un mercato che poi voglia acquistarli». Francesca Todesco ci spiega come si arriva al prodotto finito. «Ci piace descrivere Nidò come un contenitore di talenti, penso alle modelle, a persone che non erano sarte ma hanno espresso il desiderio di imparare, a chi era sarta già in Nigeria, per dare un valore a quello che è stato il mestiere che hanno acquisito nel loro Paese. L’unione tra due culture passa anche attraverso il vestiario. Ci teniamo a mescolare insieme abiti di gusto occidentale con stoffe che invece provengono da paesi africani. Per loro è venuto fuori che è molto importante dare valore alle loro stoffe. Il luogo è il "Glocal factory" in Via Regaldi 7/11, dove c’è la possibilità di utilizzare dei macchinari professionali. Abbiamo tessuti che sono stati donati da una signora che si occupa di design di interni, una serie di stoffe africane anch’esse donate, ci sono i capi del Grifone, un negozio che ci ha donato una serie di abiti da riadattare perché erano i fondi invenduti del magazzino, magari non più appetibili. Francesco Liberti che è il nostro designer ci mette l’estro, è interessante lo "scontro", alle ragazze viene in mente qualcosa che per noi sarebbe qualcosa di invendibile perché non incontra il gusto occidentale. Ci sono interi pomeriggi in cui prendiamo tutte le stoffe e insieme cerchiamo di capire». Con Gioia Raro, chiedo con quale metodo la cooperativa abbia lavorato nel territorio di Falchera.
«Pochissimi anni dopo che la cooperativa è nata su corso Taranto, con lo stesso spirito si è spostata su Falchera. Si parla dei primi anni Duemila, era un quartiere dove non c’era nulla, all’epoca non c’era neanche il tram 4. La sfida è stata quella di attivare le persone, le istituzioni, le associazioni e stimolare gli abitanti stessi in modo che animassero il quartiere e portassero all’attenzione una serie di problemi e quindi si creasse quello sviluppo locale che portava nuovi servizi, nuove opportunità. Si è sviluppato all’interno del quartiere una tradizione di associazionismo molto forte. Essendo un quartiere chiuso ha un po’ quella dimensione del piccolo paese, l’isolamento ha anche un lato positivo, il fatto di avere facilità nel fare comunità perché ci si conosce tutti. Alla seconda generazione, una volta sviluppato questo impianto di coesione sociale, di attivismo, di cittadinanza attiva c’erano i giovani che ad un certo punto si sono organizzati e hanno detto: "Diamoci una mossa, sennò qua non ci ascolta mai nessuno". Si è creato quello che veniva chiamato "Tavolo sociale giovanile" che poi ha dato vita ad un’associazione con sede nell’ex mensa della scuola. Erano i ragazzi stessi, un po’ più grandi, di 18-20 anni che progettavano attività per quelli un po’ più piccoli. Un po’ diciamo replicando in maniera più laica, più aperta, meno vincolata, quello che succedeva una volta negli oratori. Negli anni, i ragazzi sono cresciuti, è nata una terza generazione di ragazzi che ha preso un po’ in mano le redini. La sfida è sempre stata quella, che fosse gestito dai ragazzi, non fosse un posto gestito dagli educatori che pensano delle attività per i ragazzi ma sono i ragazzi stessi che maturano delle competenze e poi prendono in mano le redini e restituiscono alla comunità e quindi ad altri ragazzi più piccoli. Negli anni si è ampliata la rete e sono state coinvolte le istituzioni, la scuola, la biblioteca, le associazioni sportive. Ci sono attività di doposcuola, laboratori creativi e artistici, c’è lo spazio dello stare insieme. Soprattutto con i ragazzi adolescenti, in quartieri come Falchera, quello che mancava erano degli spazi dedicati allo stare insieme. L’alternativa era stare ai giardini, alle panchine, dare fuoco ai bidoni. Se hai un posto, una tua "seconda casa" dove trovi delle persone che ti danno degli stimoli diversi, si innesca quel meccanismo di protagonismo, di cittadinanza attiva».
Piergiacomo Oderda