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Accademia di Medicina e il ricordo di Rita Levi Montalcini

24/09/2019 8:06

di Piergiacomo Oderda 

Proprio nel giorno in cui migliaia di studenti scrutano gli esiti del test di medicina, Giancarlo Isaia, presidente dell'Accademia di Medicina, organizza una serata dedicata al ricordo di Rita Levi Montalcini, in occasione del 110° anniversario della nascita (22 aprile 1909). Sconsolato, esclama «la ricerca in questo Paese non gode di buona immagine, né di sponsorizzazione. Sembra un peso, invece è una risorsa, un elemento di sviluppo». L'Accademia di medicina, quando non c'erano libri, né congressi, era il luogo dove «si veniva a discutere dei casi clinici». Ricorda il finanziamento di duecento mila euro da parte di una nota casa vinicola per una ricerca sul rapporto cibo/microbiota/salute. Massimo Mori, presidente dell'Accademia delle scienze, ente coorganizzatore dell'evento, sottolinea «l'importanza della connessione tra le Accademie, la medicina ha relazione immediata con le discipline rappresentate dall'Accademia delle scienze», estende il suo intento ad un collegamento tra cultura scientifica ed umanistica. Rita Levi Montalcini, già ultranovantenne, venne interpellata quanto alla gestione della quotidianità. «Dormiva poco, tre, quattro ore al giorno»; durante il giorno continuava la ricerca, parte della notte era dedicata «alla lettura di classici, di nuovi romanzi, dei saggi usciti negli ultimi mesi».
Anna Rossomando, vicepresidente del Senato, ricorda la Montalcini senatrice a vita dal 2001, una carica intesa come «apporto critico, non omologabile alla logica dei partiti». Secondo la scienziata, la conoscenza per definizione è un bene, questo concetto «nella modernità del terzo millennio, nel dibattito pubblico, non è un dato pacifico», riflette la senatrice. Rita Levi Montalcini ha dato il suo contributo in commissione giustizia, istruzione, sanità e nella commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Anna Rossomando cita il “Discorso ai giovani”: «credete nei valori sia laici che religiosi, provate un profondo interesse al mondo che vi circonda, non temete le difficoltà». Il vice rettore dell'Università, Marcello Baricco, richiama «l'intuito, la passione, la determinazione, la sensibilità verso la società». Toccante sentire la nipote di Levi Montalcini chiamarla “zia Rita”. «Il compito che mi sono assunta è che se ne parli e non venga dimenticata dai ragazzi». Le sono state intitolate un'ottantina di scuole che hanno iniziato a scambiarsi progetti. In famiglia, fanno fatica «a reperire articoli, fotografie per scrivere una biografia esaustiva sui documenti che ci ha lasciato». Si attende l'intitolazione della piazza davanti al laboratorio dove lavorava.
Alessandro Bargoni, storico della medicina, mostra i predecessori di Giuseppe Levi (maestro della Montalcini e di altri due Nobel, Luria e Dulbecco, rispettivamenti insigniti del premio nel 1969 e 1975). Sullo schermo appaiono le immagini di sezioni encefaliche conservate al Museo di Anatomia, studiate da Carlo Giacomini. Romeo Fusari gli successe nella cattedra di anatomia nel 1898. Morì nel 1919 e nella commemorazione che scrisse lo stesso Giuseppe Levi si cita la capacità di attrarre i giovani più desiderosi di sapere. Allievi di Levi furno anche Tullio Terni, Olivo, Bairati, Bruciante, Fazio, Amprino, Godina, Filogamo.
Irrompe con la sua simpatia Ezio Giacobini per narrare con coloriti aneddoti la sua esperienza di allievo del temuto insegnante di anatomia, Giuseppe Levi. Intende essere sincero, «le sue lezioni di anatomia erano più o meno chiare, era un grande istologo, non aveva la facilità di trasmettere lo scibile come aveva Amprino. Alla sua voce di baritono basso tremavano tutti». Levi fu il primo a portare in Italia il metodo americano di Harrison per la cultura di cellule in vitro, sviluppato da Carrel in Francia e poi utilizzato dalla Levi Montalcini per la scoperta del NGF (“Nerve Growth Factor”, fattore di crescita nervoso). «Il trattato di istologia di Levi costava troppo caro, non l'ho mai potuto comprare!». Giacobini ricorda nel secondo libro dei fascisti i due capitoli «su come distinguere gli ebrei dalle facce». A seguito delle leggi per la difesa della razza, Levi venne cacciato il 10 ottobre 1938, riparò a Liegi in Belgio per poi tornare rocambolescamente in Italia e lavorare nell'appartamento di Levi Montalcini in corso Re Umberto (1941). Levi era «leggendario per gli scatti di collera» che colpirono anche un eminente chirurgo. Giacobini chiude il suo intervento con una lettera del 30 dicembre 1961 in cui Giuseppe Levi comunica alla Levi Montalcini che si faceva il suo nome per il Nobel. Ma i tempi non erano ancora maturi (il Nobel arriva nel 1986), si riteneva «la scoperta così strana e bizzarra che nessuno la capisce».
La voce roca di Piergiorgio Strata parte dalla rivista “Rendiconti lincei” che dedica un numero speciale alla scienziata. Riporta quanto ha detto Torsten Wiesel (insignito del Nobel nel 1981), «l'Università dovrebbe elevare un “physical memorial” per Levi e i suoi famosi allievi». Strata cita l'autobiografia di Levi Montalcini “Elogio dell'imperfezione” (1987), ne esalta la tenacia. La collaborazione con Giuseppe Levi nasce dalla lettura di un articolo di Hamburger. La scienziata intende confutare la tesi di Speman sul “neurone ambasciatore”, per Levi Montalcini, «i neuroni maturano, si differenziano e degenerano» prima di raggiungere il bersaglio prefissato. Nel 1946 Hamburger invita Rita Levi Montalcini nel suo laboratorio a S. Louis negli Stati Uniti per chiarire il dissenso, vi rimase per ventisei anni. Importante fu il contributo del biochimico Stan Cohen per l'identificazione del NGF e alcune foto ritraggono i due vegliardi abbracciati, in occasione del centesimo compleanno della Montalcini.
Germana Pareti chiarisce il titolo a lei assegnato, “la scuola torinese per le neuroscienze”. In realtà, l'attività scientifica della Montalcini, “commuter” tra S. Louis, Roma e Torino era di ambiente romano. Ricapitola, traendoli da Luria, quattro insegnamenti di Giuseppe Levi: rigore del metodo, “set up” per gli esperimenti, metodo numerico quantitativo, come scrivere, pubblicare e divulgare nel minore tempo possibile un “paper” scientifico. Ricorda come Rodolfo Amprino fosse l'allievo prediletto da Levi, «analizzava meglio i vetrini, aveva un'ottima manualità e non faceva venire un groppo in gola al maestro». Sempre Amprino andò ad incoraggiare la Montalcini, «scoraggiata per la situazione personale, politica, per gli studi che giravano a vuoto». Pareti mostra il frontespizio di “Accrescimento e senescenza” di Giuseppe Levi (edito da “La Nuova Italia”, 1946) e di “L'asso nella manica a brandelli” della Montalcini (Baldini & Castoldi, 1998); l'asso nella manica per il corpo acciaccato dell'anziano è il cervello che può «mantenere sempre giovani» con le sue sinapsi. Conclude il suo contributo mostrando una lettera di Giuseppe Levi a Olivo (11 dicembre 1933) da cui trae due passaggi significativi: «la sola funzione che dà nobilità alla situazione svalutata del professore è la ricerca», «abbia pazienza con Giaccomini, persona insopportabile ma “pulita”, dote inestimabile e rara fra i professori universitari».
 
Piergiacomo Oderda
 

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