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Nessi tra fede e arte è l’opera “The Home of my eyes” di Shirin Neshat, artista iraniana

30/10/2018 18:29

FOTO

di Piergiacomo Oderda

Un contributo prezioso alla ricerca di nessi tra fede e arte è l’opera “The Home of my eyes” di Shirin Neshat, artista iraniana, nata nel 1957. Negli ampi spazi di via Piossasco 29 a Torino (galleria Marco Noire), si susseguono immagini di uomini e donne con le mani al petto in atteggiamento di preghiera; qua e là variazioni di posizione e di espressività nei volti tra bambini impacciati e anziani sofferenti. Il bianco/nero è un’elegante cifra stilistica di questa fotografa/video maker. Prima di avvicinarsi all’opera, scorgiamo una foto con l’intreccio fra due mani, di cui una con una calligrafia, segno di un incontro tra civiltà. Un’immagine simile del ciclo “Faith” (1995) era divenuta una delle grandi tavole di “ManifesTo” che, esposte alcuni anni fa in piazza Vittorio, distoglievano gli sguardi dei turisti dal cantiere del parcheggio.

Anticipa l’apertura delle mostre di arte contemporanea (Flashback, The Others, Paratissima, Artissima) nell’ex Borsa Valori, una mostra di foto dal titolo “World Press Photo 2018”. Tra gli scatti premiati dall’omonima Fondazione con sede ad Amsterdam, ricorrono alcuni italiani, Alessio Mamo, Luca Locatelli, Fausto Padovini, Giulio Di Sturco, Francesco Pistelli. Partecipano circa seimila fotoreporter provenienti dalle maggiori testate editoriali. Resto impressionato dall’intensità luminosa del reportage sui cuccioli di elefante di Ami Vitale; vengono curati nel “santuario” di Reteti, nord del Kenya. L’interazione tra uomo e animale ricorre nei ragazzi che cavalcano a pelo in Indonesia, ritratti in bianco/nero da Kid Jockeys; sempre sui ragazzi che frequentano la scuola di toreri ad Almeria, si sofferma l’obiettivo di Nikolai Linares, cogliendoli nell’esercitazione serale per le strade della cittadina. Thomas P. Peschak fotografa i pinguini nell’atto di saltare da un’asperità all’altra in Antartide. Curioso il pesce volante della Florida, “pescato” (in senso metaforico) da Michael Patrick O’Neill. Preoccupante l’avvicinamento di due volti di ragazze allettate, in preda ad una rara sindrome da rassegnazione presente soltanto in Svezia (Magnus Wennman) e la maschera che nasconde il volto di un bimbo colpito in Iraq da un’esplosione (Alessio Mamo). Li Huaifeng ritrae due fratelli che vivono in una tradizionale “yaodong” in Cina centrale nell’atto di preparare con ordine quasi ingegneristico una vivanda (e gli occhi catalizzati dal pc). Sensibilità ecologica traspare da Corey Arnold con un’aquila che si ciba dai sacchi di spazzatura di un supermarket in Alaska e dall’immagine conturbante di una discarica in Nigeria di Khadir van Lohuizen. Luca Locatelli mostra coltivazioni intensive di lattuga in Olanda mentre Fausto Padovini coglie un ragazzo dei Karo nell’atto di spiccare un salto sui banchi di sabbia che costeggiano un fiume in Etiopia.

Piergiacomo Oderda

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