Facebook Twitter Youtube Feed RSS

Gianni Cuperlo alla festa del Partito Democratico di Torino

16/09/2018 17:48
di Piergiacomo Oderda
Gianni Cuperlo viene intervistato alla festa del Partito Democratico di Torino da Michele Ruggiero, giornalista Rai. Da Marco Foglini trae «una riflessione pertinente per capire la radice di alcuni problemi. Tra le tante caratteristiche dei leader della prima repubblica, trasversale da destra a sinistra, c’era l’essere autorevoli e carismatici. Il loro linguaggio era assai più moderato rispetto ai sentimenti che albergavano nei loro elettori di riferimento. Si sceglieva di non usare il linguaggio della politica per aizzare pulsioni e umori delle folle. Non lo facevano per buona educazione ma perché avevano profondamente introiettato, dopo la tragedia della guerra e l’opera gigantesca di ricostruzione morale, la funzione fondamentale di instradare una popolazione vasta di operai e contadini dentro il solco della nuova stagione del patto costituzionale. Il livello di conflitto ideologico era aspro, si pensi alla campagna elettorale del ‘48». Eppure prevaleva «la ricerca reciproca di forme di legittimazione per rafforzare la qualità della democrazia e del tessuto connettivo». De Gasperi si faceva portavoce «di un incontro fecondo tra l’umanitarismo di Mazzini, il nuovo internazionalismo dei lavoratori e il solidarismo cristiano. La politica era un coacervo di passioni, di sangue, di volontà di veder prevalere la propria parte ma senza mettere in discussione l’uscita dal fascismo». Secondo il filosofo Habermas, «nei paesi che hanno conosciuto nel corso del Novecento la pagina del totalitarismo, non poteva più esistere un patriottismo nazionale», l’unico patriottismo che poteva affermarsi era quello costituzionale. La democrazia è «un’eredità preziosa ricevuta da chi è venuto prima di noi». In Ungheria, Victor Orban «teorizza la legittimità del suo governo a limitare la libertà di stampa, l’autonomia della ricerca universitaria, l’indipendenza della magistratura». Quel nazionalismo è «fuori dalla nostra natura, missione, vocazione», una sorta di «iceberg di fronte alla nostra navigazione». Cuperlo punta il dito contro quella parte della sinistra che «all’indomani del 4 marzo tifava perché si saldassero le due forze vincitrici. Occorre impedire con ogni argomento e umiltà che quel contratto di governo gialloverde si trasformi in alleanza politico-strategica». Qualche parola sul congresso, «quando perdi la responsabilità è in capo a ciascuno di noi. Chi è alla guida ha una responsabilità in più per tener coeso il partito. Il maggior decisionismo sembrava far guadagnare consensi. Senza discontinuità non ci rialzeremo». «Da dove ripartire?» chiede Ruggiero con l’intento di mostrare una prospettiva a quanti applaudono le parole di questo esponente del PD che si definisce più volte “minoranza della minoranza”. «Questa destra mi fa paura – esordisce – è una destra diversa, con elementi di profonda anomalia». Cita l’analisi del voto informale raccolta a tavola con l’ex sindaco di Torino, Valentino Castellani; a Barriera di Milano, per fare un esempio, dove «la sinistra negli anni Settanta e Novanta raccoglieva percentuali altissime di consenso, ora si sono invertiti i rapporti di forza». Questa destra «ha avuto il coraggio di rovesciare lo schema su cui si era costruito un compromesso negli ultimi venticinque anni. Abbiamo conosciuto una logica di politica, di governo, di riformismo che ha visto combinare un primato dei valori progressisti con una politica economica e sociale dove pareva un processo inevitabile la precarizzazione del lavoro, la delocalizzazione delle imprese». Si è introiettata questa convinzione, «il mondo è così e difficilmente lo si può cambiare». Semmai si trattava di «smussare gli spigoli più acuti».
Cuperlo ricorda i dieci anni della «più gigantesca crisi finanziaria», «la percentuale delle persone che ha visto nell’ultimo decennio il proprio reddito perdere potere d’acquisto ammonta al settanta per cento, il processo di impoverimento di massa ha colpito 540 – 580 milioni di persone sulle due sponde dell’Atlantico», «devi andare nella vita delle persone per capire». Su un input di Ruggiero, «la sinistra pare aver smarrito la stella polare della forza e del coraggio», cita papa Bergoglio. «Come il pastore del gregge per essere un buon pastore deve portare su di sé l’odore degli animali, così il pastore di anime deve avere l’odore delle persone che vuole tenere legate a quella missione. Per la sinistra deve valere qualcosa di analogo! La sobrietà di stile, come concepisci l’impegno pubblico». Altra citazione dal mondo cattolico è l’aver sentito in radio, fra comizi che svolgeva in Sardegna, l’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI. «Non si può dimettere il Papa, si era dimesso un Papa cinquant’anni prima che nascesse Machiavelli! Il Papa aveva la consapevolezza che la crisi della chiesa di Roma avesse una tale drammaticità da rendere necessario un evento traumatico». Conclude: «se lo fa la Chiesa, perché non può farlo la sinistra di fronte all’enormità di quello che sta succedendo?».
Piergiacomo Oderda
 

Commenti