Cavour ed il pinerolese: Libertè , Fraternité, Egalitè
Cenni di storia. All’ombra della ghigliottina
di Dario Poggio
Logge massoniche ("La perfetta amicizia")
briganti, omicidi e la paura delle ghigliottina
di "Barba Vitoriu" (zio Vittorio).
La fondazione, in molte città, dei
"Clubs dei Giacobini".
A Pinerolo, Michele Buniva e
Sebastiano Giraud diffondevano
idee e libri francesi.
Il pastore valdese Samuele Peyran,
ex segretario di Voltaire, portava,
nell'ambiente religioso,
idee più aperte e liberali.
Parte prima
Nell'anno del signore 1789, nella quieta campagna pinerolese, la vita del popolo trascorreva senza particolari emozioni sotto un regime patriarcale.
Vittorio Amedeo III, Re di Sardegna, grande militarista e persona di spensierata prodigalità aveva introdotto a corte, subito dopo la morte del padre, l'etichetta e il super bigottismo spagnolo unito alla galanteria ed alle frivolezze della corte francese. Continuavano a persistere ed anzi erano stati ulteriormente rafforzati dal Sovrano molti privilegi feudali ed ecclesiastici a scapito della popolazione piemontese che, alla vigilia della rivoluzione francese, viveva in condizioni di notevole arretratezza. I campi migliori erano monopolio dei nobili e del clero mentre ai contadini erano riservati i terreni meno fertili e spesso incolti. I contadini, anche vittime della loro ignoranza, avevano un ancestrale complesso d'inferiorità verso tutti (nobili, clero, militari e borghesi) con una atavica abitudine al servilismo o al servaggio verso i padroni ed il clero, unita, tuttavia fortunatamente, ad una certa dose di campagnola astuzia che gli aiutava nella sopravvivenza quotidiana.
L'Esercito era legatissimo e fedelissimo alla persona del Re il quale era in continuo contatto con i suoi soldati che lo chiamavano affettuosamente "Barba Vitoriu" (zio Vittorio) ma gli ufficiali superiori (che erano nella quasi totalità nobili) erano spesso presuntuosi, orgogliosi ed ancorati a vecchie e superate tradizioni e tattiche militari.
I tribunali erano generalmente asserviti ai nobili e le sanzioni che la legge comportava erano ancora di stampo medioevale con punizioni severissime (per fortuna poco applicate) come il capestro, la fustigazione, il taglio delle mani (per i ladri), la marchiatura a fuoco e la pietra della "vergogna" dove venivano incatenati, con il sedere scoperto, i rei di fallimento (persone messe alla " gogna" che chiunque poteva liberamente deridere e bastonare; a Cavour questa pietra è ancora ben visibile sotto l'Ala a fianco del Comune).
Una quasi infinita serie di gabelle e tasse opprimeva il popolo (i beni feudali ed ecclesiastici erano esenti!), dazi al confine di ogni proprietà pubblica o feudale stroncavano il commercio e chiuse corporazioni di mestiere frenavano l'espandersi ed il libero apprendimento dei mestieri artigiani.
Il clero era, nella maggior parte dei soggetti, timoroso, bigotto, superstizioso ed attaccato
ai suoi non pochi privilegi.
La vita, dunque, per i più, scorreva molto repressa ma senza particolari scossoni e nel ristretto cerchio del borgo natio per cui le notizie di cronaca e quelle delle più sfarzose feste di corte non circolavano e trovavano generalmente solo ben pochi echi.
Tuttavia, gli avvenimenti rivoluzionari nella vicina Francia, avevano destato un legittimo ed apprensivo interesse a Torino, Pinerolo e nelle principali città piemontesi, dove venivano seguiti con diverse emozioni in funzione del pensiero e della condizione sociale dei cittadini. Le notizie ed i libri che la borghesia più illuminata era riuscita, con qualche rischio, a procurarsi cominciavano a segnare incrinature che davano luogo a discussioni fino a qualche tempo prima impensabili intaccando l'antica e compatta omogeneità del pensiero e della opinione politica piemontese.
A Pinerolo, Michele Buniva e Sebastiano Giraud diffondevano idee e libri francesi; Il pastore valdese Samuele Peyran, ex segretario di Voltaire, portava, nell'ambiente religioso, idee più aperte e liberali. Veniva fondata segretamente una loggia massonica con il nome di "La perfetta amicizia".
Anche nei piccoli centri di campagna come Cavour si cominciavano ad osservare inconsueti atteggiamenti in certe persone, mormorii, discussioni accalorate in piccole riunioni nelle piazze, nelle locande e sotto le Ali comunali.
A seguito di ciò, nel luglio del 1790, segrete circolari regie raccomandavano alle forze di polizia locale una maggior sorveglianza temendo la nascita e l'esistenza di pericolose correnti rivoluzionarie agitate da agenti sobillatori francesi che si proponevano di estendere il fuoco rivoluzionario sollevando ed istigando l'animo dei più semplici e dei miseri.
D'altro canto molti nobili, profughi francesi, erano fuggiti in Piemonte generando nella borghesia un senso di ribellione in quanto li considerava dei nuovi " privilegiati" che venivano ad aggiungersi ai non pochi locali.
L'adesione dei piemontesi ai dogmi rivoluzionari si ampliò con la fondazione, in molte città, dei
"Clubs dei Giacobini" i cui affiliati anelavano alla "Libertà" tramando segretamente per la sovversione del potere Regio. Ad accrescere questo disagio in quegli anni l'agricoltura era stata colpita da disastrosi raccolti ed una epidemia bovina aveva falcidiato il bestiame.
Fin dal 1789 erano scoppiate in Piemonte piccole insurrezioni contro i nobili feudatari al grido di
"Viva la Francia" e, nel 1791 nella Savoia, alcune rivolte in nome della libertà vennero sedate con l'uso della forza; repressioni che vennero strumentalizzate dalla Repubblica francese, in base ai nuovi proclamati diritti dell'uomo, a dislocare truppe sulla frontiera alpina al Moncenisio e nei pressi di Nizza.
Vittorio Amedeo di Savoia, intuendo il pericolo, invitò gli altri stati italiani a stringersi in una Lega per arrestare la possibile funesta invasione da parte delle armate della Francia rivoluzionaria, ma il tentativo non ebbe successo per la reciproca gelosia tra i vari stati della nostra penisola.
Nel frattempo si scatenò la guerra tra la Francia e la coalizione Anglo-Austro-Prussiana.
Il 22 settembre 1792 truppe francesi invasero la Savoia e la contea di Nizza.
Il 21 dicembre del 1792, a Parigi, il Re Luigi XVI e la Regina Maria Antonietta vennero ghigliottinati. Appena la notizia raggiunse il Piemonte nella Corte, tra i nobili ed il clero si diffusero la paura e lo sgomento.
L’ombra della ghigliottina si stava drammaticamente allungando verso il Piemonte!
La situazione spinse il Re di Sardegna a firmare un trattato di alleanza e mutuo soccorso con l'Austria e l'Inghilterra.
In primavera l'esercito piemontese mosse i primi passi per contrastare i francesi ma, dopo poche fortunate azioni, Vittorio Amedeo si rese conto che Nizza era caduta per sempre e si ritirò, sulla difensiva, con le sue truppe a Torino.
Pochi giorni dopo l'invasione della Savoia da parte dei francesi, il popolo savoiardo fino ad allora devotissimo al re, innalzava gli "Alberi della libertà" e con un plebiscito la Savoia e il Nizzardo optarono per l'annessione alla Francia.
La guerra con la mobilitazione dell'esercito piemontese (circa 50.000 uomini) pesò fortemente su di una economia piemontese già fortemente compromessa (venne ordinata la consegna alla zecca di Stato di tutti gli oggetti d'oro e d'argento).
Anche Cavour, come tutti i paesi piemontesi non fu esente da spese per il mantenimento dei militari infatti, come riportato da Giorgio Di Francesco nel libro "Cavour – Pagine di microstoria", già nel 1792 e successivamente nel 1795 distaccamenti del reggimento "Piemonte Cavalleria" furono ospitati e vettovagliati nell'Ospedale cavourese dalla locale Congregazione di Carità.
Inoltre, a causa della precaria situazione economica in cui versava il pinerolese, in molti si diedero al brigantaggio e l'intera zona, compresa Cavour, era diventata assai pericolosa non distinguendosi più tra rivoltosi in nome della libertà e banditi comuni tanto che furono ordinati provvedimenti nei confronti di "Barge, Bagnolo e Cavour dove gli omicidi sono comunissimi e dove si fa largamente uso di armi da fuoco".
Nel 1788 vi fu una larga operazione militare contro il brigantaggio che interessò anche la zona di Cavour con numerosi arresti.
Nel 1796, l'esercito francese, guidato dal genio militare di Napoleone, sferrò un attacco decisivo contro lo stato Sabaudo; attacco che in due settimane mise in ginocchio l'esercito piemontese costringendo il Re di Sardegna a sottoscrivere l'umiliante trattato di Cherasco (27 aprile 1796).
Con il trattato si concluse anche la vita terrena di Vittorio Amedeo III che lasciò al suo successore Carlo Emanuele IV uno stato gravemente minato economicamente, militarmente ed anche politicamente dagli emergenti movimenti rivoluzionari.
Dario Poggio
La seconda parte nel prossimo numero del giornale Voce Pinerolese .