Ha dominato in questi giorni le pagine locali dei quotidiani, il pestaggio di Paolo Idone, insegnante itp presso l'Istituto Tecnico "Rusell Moro" a Torino. Un allievo entra in ritardo a scuola e, non si sa come, raggiunge l'aula anziché passare in vicepresidenza per avere il consueto "pass" che gli permetterebbe di accedere la seconda ora. Si rifiuta di scendere e sostiene una discussione con la docente in aula che sarà costretta ad uscire in lacrime. L'allievo dice di sentirsi male, la scuola avverte un'ambulanza. Viene accompagnato fuori dal prof. Idone. E' a questo punto che il padre dell'allievo, avvisato (altra irregolarità) tramite telefonino, si avvicina al professore con due persone che poi dichiarerà di non conoscere. Atterriti dalle finestre, i docenti assistono ai pugni e schiaffi che fanno cadere a terra il docente. "Una «lezione» che i due hanno voluto impartire al professore", commenta Elisa Sola sul "Corriere della sera", interrotta dal sopraggiungere di due operatori scolastici.
Chiedo un parere a Lorenzo Giustolisi del sindacato USB. «Il violentissimo episodio apre a tre questioni di rilevanza generale:
1) le condizioni di vulnerabilità e di rottura degli argini che determinano l’individuazione del docente come soggetto su cui scaricare liberamente aggressività e violenza;
2) le condizioni di abbrutimento complessivo e di disagio sociale che la scuola si trova a fronteggiare, nell’assenza di adeguate politiche di crescita educativa e materiale nei quartieri popolari di Torino.
3) il fatto che la scuola italiana da alcuni anni a questa parte stia perdendo velocemente il suo ruolo di presidio culturale, sociale ed educativo nelle città e nei quartieri, soprattutto quelli più disagiati. I ragazzi non trovano più lì un luogo dove concretamente emanciparsi e migliorare rispetto al proprio contesto sociale e familiare di partenza. Come istituzione essa non sembra più interessata a svolgere quel ruolo fondamentale, ma piuttosto tutta la comunità scolastica (sotto il controllo vigile e spesso minaccioso dei nuovi presidi-manager-sceriffi) viene forzata a inseguire progetti, imporre pseudo riforme, fare alternanza scuola-lavoro, cercare sponsor privati e contenere costi. Il risultato è che il ruolo educativo e sociale in ogni scuola – indipendentemente dal grado, indirizzo e territorio in cui opera – viene lasciato sulle spalle di ogni singolo professore che in un attimo può divenire anche il parafulmine e il capro espiatorio di disagio, aggressività, frustrazione, violenza e ignoranza di alunni e genitori».
Come al solito sono gli studenti i più pronti a rialzare la testa e a proporre lo svolgimento verso fine settimana di una fiaccolata di solidarietà.
Piergiacomo Oderda