di Piergiacomo Oderda
Tre laici e un sacerdote raccolgono storie di vita di sacerdoti impegnati in missione ("Doni di fede. 60 anni di Fidei donum nella Chiesa di Torino, Emi, 2018). Mons. Nosiglia fa dono di questo testo ai sacerdoti della diocesi di Torino durante il Giovedì santo, quasi a offrire spunti di riflessione a partire dalla vita. Il titolo ricalca il testo di Pio XII, lettera enciclica siglata il 21 aprile 1957, commentata da mons. Carlo Ellena, vescovo emerito di Zé Doca (Brasile). «Solo dopo l'enciclica apparvero i cosiddetti "fidei donum", sacerdoti e laici». Al capo III dell'enciclica, si legge: «missionaria fin dalle origini, la santa Chiesa non ha cessato, per compiere l'opera cui non può venir meno, di indirizzare ai suoi figli un triplice invito: alla preghiera, alla generosità e, per alcuni, al dono di se stessi». Martin Nkafu, teologo africano, ha posto alcune domande ad un convegno organizzato dai comboniani nel 2015, «quali sono i luoghi, le modalità, i criteri di una ricerca teologica veramente umana? Come evangelizzare in profondità l'animo africano?». Giovanni Paolo II in "Redemptoris missio" (7-12-1990) indicava come ragione della missione il diritto da parte di tutti di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo, novità di vita per l'uomo di tutti i tempi. Raccolgo alcune testimonianze tratte dal testo per capire come i principi sopracitati si siano incarnati in esperienze di vita e quale rinnovamento riescano eventualmente a portare nel contesto della diocesi torinese. Pierantonio Garbiglia, mio compagno di corso in facoltà teologica, ora parroco di Leinì , ha trascorso due anni e mezzo in Brasile: «avevo bisogno di mettermi in gioco in una Chiesa che pensavo più semplice e con meno sovrastrutture. Ho imparato che i problemi veri della vita sono pochi e che la maggior parte dei problemi che abbiamo siamo noi a crearceli. Da quando sono tornato a Torino ad oggi, e sono trascorsi nove anni, nessuno mi ha chiesto una verifica di che cosa ha funzionato o no nel "progetto Belém"». Don Silvio Ruffino, parroco di Mezzenile – Pessinetto – Traves ha collaborato con l'Ufficio famiglia di Torino. L'esperienza in Brasile «è stata una purificazione per la mia fede. Nelle comunità disperse nella foresta ho scoperto i valori della gente semplice, la solidarietà tra poveri, l'amore per i bambini e la vita, l'immediatezza nel comprendere le parole di Gesù nei Gruppi del Vangelo e nel quotidiano. Non potevo rimanere estraneo: il Signore mi chiedeva di seguirlo per "rinascere" in quella nuova realtà popolare ricca di storia, tradizioni e fede pulsante». Don Vitale Traina è stato 26 anni in Guatemala, «ho avuto l'impressione di sperimentare proprio in missione la nuova figura di parrocchia, adatta al terzo millennio. Nuovi cristiani: ognuno con la propria identità, responsabilità e attività. Nuovo sacerdote: non più il tuttofare ma l'animatore, l'amico vicino a tutti, rispettoso del lavoro degli altri e con un campo proprio nell'amministrazione dei sacramenti, della Parola di Dio e dell'autorità vissuta come servizio di unità». Don Paolo Alesso, parroco di Rivalta, è stato in Algeria. «Il dialogo e la conoscenza con numerosi musulmani ha permesso di approfondire – nel concreto quotidiano – la loro fede e pratica religiosa. Mi sono documentato in modo ampio sul Corano e sulla cultura e la storia del Paese. Sono molto deluso che la mia esperienza algerina non sia stata minimamente valorizzata».
Bruno Bosio ed Esther Rocco vivono a Canale d'Alba. Raccontano dell'Argentina, «alle assemblee diocesane tutti avevano diritto di parola e i poveri erano protagonisti. Qui in Italia non abbiamo mai incontrato un povero a far parte di un consiglio pastorale». Fabio Ferraro ed Emanuela Costamagna, classe '76 e '77 rispettivamente, di Moncalieri: «è stato avviato un progetto di microcredito tramite corsi pratici di realizzazione di alcuni semplici manufatti tipici della cultura etiope, come cestini in vimini e vesti ricamate. Da parte nostra, per instaurare rapporti profondi con la gente di Gambo, abbiamo studiato la lingua locale (oromo) per circa tre mesi».
Nel testo vi sono alcune esperienze legate al territorio pinerolese. Don Lorenzo Mensa è nato a Pinerolo il 21-2-1911, missionario in Argentina dal '47 all'88. Muore nel 1995 ed è sepolto a Cavour. In una lettera del 1971 scrive: «sto lottando per finire la scuola parrocchiale secondaria frequentata da più di trecento giovani con insegnamento diurno e notturno e che ricevono il diploma di Perito Mercantile (ragionieri). Ho bisogno di un salone per il ritrovo dei giovani, perché non ho niente per radunarli ed è indispensabile il salone: altrimenti perdo la gioventù». Michele Mola di Piossasco (classe 1977) parte nel 2011 per la diocesi di Maceiò in Brasile nell'ambito di un progetto delle Suore di San Giuseppe di Pinerolo. Rivela le sue motivazioni: «la Speranza, quella della sua Risurrezione, ma anche quella della costruzione di un Mondo nuovo, a cui tutti siamo chiamati a collaborare, soprattutto noi, quelli che la "lotteria biologica" ha fatto nascere in quella parte del mondo con più opportunità. Noi, che già solo per responsabilità, siamo chiamati alla restituzione». Don Simone Bernardi è nato a Pinerolo nel 1976 e appartiene alla fraternità del Sermig, in servizio presso l'Arsenale della Speranza a Sao Paulo: «un'evangelizzazione che nasce dall'accoglienza, dal rispetto reciproco, dalla libertà, dove le persone non vengono tanto per ascoltarci ma per guardare in faccia, nella speranza – soprattutto le più bisognose – certamente di ricevere un piatto di cibo, ma anche di vedere la Parola e la presenza di Dio che abbiamo nel cuore e che ci ha portati sin qui a preparare e a dare quel piatto». Don Paolo Burdino nasce a Cumiana nel 1965, parroco a Nairobi: «la pastorale è impostata molto sulle piccole comunità cristiane. Questa dimensione praticamente quasi assente nella mia precedente esperienza di parroco in Italia mi offre una grande opportunità di conoscere una realtà nuova e il volto di una Chiesa meno incentrata sulla figura del parroco e molto più sulla comunità. Dobbiamo affrontare molte sfide tra cui una enorme: da una parte l'Africa con i suoi riti e le sue ancestrali credenze, dall'altra la postmodernità che avanza molto rapidamente nei giovani». Anche l'attuale parroco di Cumiana, don Flavio Motta è stato "fidei donum" in Kenya ('79-'81) e in Etiopia, fra gli Oromo ('83-'89): «anni indimenticabili perché ho potuto vivere con una popolazione con la sua lingua, le sue tradizioni, la sua cultura che mi sono sforzato di conoscere e rispettare». Realizza un principio ribadito da Martin Nkafu, «è possibile un'evangelizzazione in profondità, purché concepita come dialogo rispettoso dell'identità culturale e religiosa dell'altro. Quindi, per dialogare, occorre partire col presupposto che Dio si è fatto conoscere in diversi modi da tutti i i popoli, i quali hanno vissuto e vivono la loro esperienza religiosa in conformità del dono di fede ricevuto da Dio».
Un monito sulla teologia africana in un contributo di Mbambi Kungua si può trovare sul sito "Dimensione speranza". «Nell'attuale congiuntura mondiale è più che mai necessario interrogarsi seriamente sulle alternative teologiche e spirituali provenienti dalle giovani chiese d'Africa, Asia e Sud America: qui si sperimenta una rapida crescita demografica e un'evidente vitalità della loro prassi teologica, liturgica, politica, sociale ed ecclesiale». Papa Benedetto XVI, al termine della seconda assemblea straordinaria per l'Africa del Sinodo dei vescovi, scrive: «L'Africa rappresenta un immenso polmone spirituale, per un'umanità che appare in crisi di fede e speranza» (23-10-2009) e poco oltre rivolgendosi ai sacerdoti: «Raggiungerete un successo più grande se sarete capaci di lavorare in un ministero basato sulla cooperazione, coinvolgendo tutti gli altri agenti della comunità pastorale: diaconi, religiosi, catechisti, laici, uomini e donne e i giovani».
Piergiacomo Oderda