di Martina Decorte
In cosa consiste la professione del ciclista? A quali sforzi è sottoposto? Abbiamo intervistato Umberto Marengo, promettente corridore di Roletto e abbiamo fatto con lui un viaggio nel mondo del ciclismo, cercando di capire quali sono i sacrifici e le soddisfazioni che vive un ragazzo di 25 anni con la passione per la bicicletta.
Quando ha imparato ad andare in bicicletta?
«Ho imparato all'età 2-3 anni a pedalare senza rotelle, insieme a mio papà».
Chi l'ha spronata di più ad intraprendere questo percorso?
«Ho una famiglia che ha sempre avuto la passione del ciclismo: sia mio nonno che mio papà andavano in bici a livello amatoriale e seguivano il ciclismo in televisione. Sono stato influenzato, in quanto ho sempre visto biciclette in casa, ma mai obbligato, infatti sono stato io di mia iniziativa a voler iniziare a fare questo sport».
A quale ciclista famoso si ispira?
«Da piccolino ammiravo moltissimo Marco Pantani e Mario Cipollini: sportivi fondamentali nella storia del ciclismo. Crescendo, però, prendi coscienza effettivamente di quale corridore vorresti essere quindi il modello di riferimento cambia, anche se la stima per determinati atleti rimane. Ad oggi non ho un vero e proprio idolo, ma ammiro molto il Campione del Mondo Peter Sagan, ottimo corridore dalle prestazioni eccellenti».
Qual è stata la sua prima gara?
«La prima gara si è tenuta a Valencia all'età di 8 anni e mi sono piazzato 18esimo. La seconda gara, invece, è andata meglio. Infatti dopo circa due settimane ho partecipato ad una gara ad Airasca e mi sono aggiudicato la prima posizione».
Quante gare fa un corridore, in media, in un anno?
«Quando si è piccoli circa una ventina. Mentre adesso, che sono nel pieno della mia carriera sportiva arrivo anche a 70-75 corse all'anno».
La sua famiglia è stata presente in questo suo percorso?
«Quando ero piccolo sono sempre stato accompagnato dalla mia famiglia, anche adesso se la gara non si trova ad una distanza superiore ai 200 km mi raggiungono».
La gara più dura e soddisfacente che ha fatto?
«Ce ne sono state tante di dure! Ricordo nitidamente la "Freccia dei vini" dell'anno scorso dove mai mi sarei immaginato di poter competere e di battere atleti di un certo livello, piazzandomi al secondo gradino del podio. Altra gara è stata l'Internazionale "Medio Brenta", nella quale mi sono aggiudicato il 5° posto ed infine l'Internazionale "Coppa della Pace" dove ho concluso con un 9° posto».
Quante persone gareggiano in totale in una corsa?
«Possono gareggiare un massimo di 200 corridori, che costituisce il limite massimo di tutte le categorie, escludendo le gran fondo che sono un ambiente amatoriale».
Quando gareggia, partecipa sempre al completo la sua squadra?
«Dipende dalla corsa, alle Internazionali ad esempio possono partire un massimo di 6 corridori per squadra, mentre nelle gare Regionali si parte in 13».
Qual è la prossima tappa?
«Prossimo appuntamento sarà la prima gara di inizio stagione: la " Coppa di San Geo", gara mossa molto difficoltosa che conta 150-160 km. Due anni fa sono arrivato 4° mentre l'anno scorso 7°. Rappresenta il punto di partenza per tutti i corridori ed è da lì che prendi coscienza della tua preparazione fisica e dei tuoi punti di debolezza su cui devi lavorare. L'inizio della stagione è sempre difficile, in quell'occasione ti rendi conto se il tuo allenamento ha dato i suoi frutti e in che condizioni sono i tuoi avversari.
In realtà la vera e propria "prova del nove" ci sarà due settimane dopo, ossia il "Gran Premio di San Giuseppe" a Montecassiano».
Cosa pensa della nuova squadra?
«Io adesso sono passato alla Viris Vigevano Asd tramite loro invito. Per il momento ci siamo trovati soltanto una volta per le presentazioni e le prove dell'abbigliamento. Ci troveremo ufficialmente questo weekend per un mini ritiro e li amplieremo la conoscenza. Penso che abbiamo fatto un'ottima squadra con dei corridori di rilievo. Mi danno molta fiducia e sono molto contenti che io sia entrato nel loro team, questo mi dà modo di sperare in un contratto futuro».
Il suo obiettivo è di diventare un corridore professionista?
«Ci spero, è il mio obiettivo da quando ho iniziato a correre seriamente. Per me sarebbe non solo una soddisfazione personale, in quanto vedrei che dopo tanti anni e tante gare il mio impegno ha dato i suoi frutti, ma anche per una soddisfazione remunerativa. Sono una persona molto competitiva, quando voglio una cosa cerco di ottenerla ad ogni costo. Mi auguro che con le mie capacità e la mia determinazione di arrivare all'obbiettivo finale».
Per quale motivo ha tutte queste difficoltà a passare all'ambito professionistico?
«Come in tutte le cose e in tutti gli ambiti, in Italia per ottenere qualcosa devi essere "spinto". Se non sei figlio di qualcuno o non conosci una figura di riferimento che conta fatichi il doppio per ottenere ciò che vuoi. Io ho sempre fatto tutto da solo e mi sono sempre affidato alle mie forze e alle mie possibilità. Ho visto tanti ragazzi che, a parità di età e con risultati come i miei o anche inferiori, sono passati subito alla categoria successiva grazie ad un "aiuto esterno". Spero che qualcuno si renda conto delle mie potenzialità e della fatica ed impegno che io ci metto a praticare questa disciplina e che mi dia la possibilità di diventare un corridore professionista a tutti gli effetti».
Quali sono i risultati che ha ottenuto?
«Su 70 corse che ho fatto quest'anno ho ottenuto 6 vittorie e 30 piazzamenti nei primi 5. Tirando le somme una gara su due ero nelle prime 10 posizioni».
Quanti km fa in media un corridore?
«In un anno facciamo 30.000 km circa tra gare ed allenamento».
Non le pesa stare tanto tempo lontano da casa?
«Non nego che sia un percorso difficile da intraprendere, soprattutto perché hai famiglia, casa e amici a tanti km di distanza. Però per fare questo mestiere è questa la gavetta che bisogna fare. Purtroppo squadre ciclistiche di un certo livello in Piemonte non ce ne sono, quindi si è costretti ad andare in altre regioni italiane».
Quanto tempo sta a casa durante l'anno?
«Circa un mese, un mese e mezzo all'anno. Potrei passare anche più tempo con la mia famiglia ma a livello logistico è impensabile, perché dovrei fare sempre avanti e indietro tra casa e Vigevano».
Per quale motivo ha cambiato squadra?
«Io, fino all'ultimo, ho sperato di ottenere un contratto da professionista con la vecchia squadra, vista anche la soddisfacente stagione che avevo trascorso e gli ottimi risultati ottenuti. Purtroppo però questa proposta non è arrivata e io mi sono trovato di fronte ad una scelta: o rimanere con la vecchia squadra, oppure accettare la proposta che mi è stata fatta dalla Viris Vigevano Asd e gareggiare per loro nella speranza di un contratto futuro. In più ho deciso di cambiare team anche per una questione di vicinanza, non mi va più di stare così tanto tempo lontano da casa e dalla famiglia. Diciamo che si è presentata l'occasione giusta al momento giusto!».
Come viene formata una squadra di corridori?
«È formata metà da corridori che vanno bene nelle gare in pianura, mentre l'altra metà che va meglio nelle gare in salita, o comunque sia un giusto bilanciamento tra gli specialisti dei due diversi percorsi. In ogni squadra poi ci sono le due punte, ossia il corridore che primeggia nelle gare piatte e il corridore che primeggia nelle gare dure. Tutti gli altri componenti, invece, dovrebbero essere compatibili con entrambe le modalità di percorso».
Qual è la parte difficile di questo sport?
«Il 90% lo fa la testa. La pressione psicologica è tanta, sia per le aspettative nelle gare sia per la lontananza dalla famiglia».
Anche il ciclismo femminile è così competitivo?
«È si un ambito competitivo, ma molto meno. Le doonne che corrono in proporzione agli uomini sono meno, per questo motivo il passaggio al professionismo è anche più semplice. Basti pensare che le corse maschili in Italia sono quattro e ad ogni corsa ci sono 200 corridori, mentre di corse femminili nel nostro territorio ce n'è una e non si raggiunge lontanamente il limite massimo di corridori».
Qual è il consiglio che darebbe ad un ragazzo/a che si avvicina a questa disciplina?
«Il consiglio principale che mi sento di dare è di divertirsi e di farlo esclusivamente se si diverte ed è felice nel mentre che lo fa. Al giorno d'oggi, purtroppo, ci sono dei genitori esaltati che impongono ai propri figli di praticare determinati sport anche a livelli agonistici, e non fanno altro che rovinare tutto l'aspetto ludico e di piacere dello sport in questione. Lo sport è si competizione e sacrificio, ma deve essere il ragazzo/a a volersi spingere a certi livelli di sua spontanea volontà, non perché costretto da fattori esterni. Solo in questo modo si possono ottenere dei grandi risultati. Altro consiglio che mi sento di dare è quello di non mollare gli studi per correre in bicicletta: ritengo che sia fondamentale prima di tutto avere una formazione di base e avere un proprio bagaglio culturale. Quindi sarebbe corretto, secondo il mio punto di vista, prendere il diploma e concludere il proprio percorso scolastico e poi, se lo si desidera, dedicarsi esclusivamente alla bici e inseguire il proprio sogno.
Anche perché, prima o poi, si dovrà smettere di correre in bicicletta, non è una carriera che puoi fare fino a sessant'anni. Bisogna, quindi, tutelarsi e pensare al futuro e ad un prossimo lavoro, senza necessariamente appendere "la bici al chiodo"».