di Piergiacomo Oderda
Nello Spazio Toscana del Salone internazionale del libro di Torino, ci contendiamo le ultime sedie per assistere all’incontro di presentazione di quattro volumi dedicati a don Milani di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo della morte, celebrato con un ricco (anche nel prezzo, 140€!) Meridiano Mondadori sull’"opera omnia" del sacerdote della scuola di Barbiana.
Giannozzo Pucci delinea il doppio binario della Libera Editrice Fiorentina, ospitare nella fedeltà anche grafica le opere di don Milani e «assumerne le provocazioni per pubblicare altro in quel solco». Il sacerdote «è stato accusato di essere "classista" nelle istituzioni della chiesa ma nel modo con cui usava la parola "classe" intendeva il popolo nell’esodo dalla società dei consumi». Il testo "Un invito ad organizzarsi. A 50 anni da «Lettera a una professoressa»" presenta l’esperienza di scuole parentali, «un asilo nel bosco, il primo in Italia!».
Interviene la nipote di don Milani, figlia del primo fratello, Adriano, autrice di "Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole". «L’archivio personale di mio nonno emerso in un trasloco modifica la storia giovanile di Lorenzo», come lo chiama familiarmente. Albano Milani Comparetti muore nel ’47 pochi mesi prima dell’ordinazione del sacerdote, i nipoti sono tutti nati dopo. «E’ un uomo completamente dimenticato, anche dagli storici. Albano era uno studioso di storia della religione cattolica, ne ha scritto un testo non pubblicato che girava in famiglia». Dopo la guerra, è assessore dell’Istruzione a Montespertoli dove la famiglia aveva la proprietà terriera detta "Gigliola". «Lorenzo è immerso in quest’ambiente. Fa scuola non solo per la trisnonna freubeliana di cui non sapeva nulla». La scrittrice ha conosciuto don Milani da bambina, "ero lo zio malato, mio padre era medico e lo curava".
La terza voce è di Sandra Gesualdi, figlia di Michele, allievo di don Milani. Quando raccontava l'esperienza alle scolaresche gli chiedevano come mai la curia fiorentina avesse mandato in esilio a Barbiana un prete di tale "altura" intellettuale. Gesualdi intende scrivere un "pamphlet" per spiegare le motivazioni dell'esilio con un linguaggio semplice, "alla barbianese". Nell'ultima parte del libro ("Don Lorenzo Milani. L'esilio di Barbiana", ed. San Paolo, 2016), apre i suoi ricordi più personali e li scrive con gli occhi di un ragazzino di tredici anni. Enuclea tre figure di don Milani, prete, maestro ("dà parola a chi non ha altre possibilità di studio, dignità, libertà, coscienza critica"), padre ("l'umanità del personaggio").
Ultimo libro presentato è "Processo all'obbedienza. La vera storia di don Milani" (Laterza, 2016), di Mario Lancisi. Don Milani è stato anche "un grande intellettuale del ‘900, in vent'anni ha scritto tre opere fondamentali". "Esperienze pastorali" (1958) anticipa le riforme del Vaticano II. Il papa andrà il 20 giugno a Bozzolo per onorare la memoria di don Mazzolari e poi a Barbiana da don Milani. Nel 1965 scrisse "L'obbedienza non è più una virtù", affrontando il tema dell'obiezione di coscienza. "Allora nel mondo diviso in due dalla guerra fredda, parlare di pace era un'eresia. A Firenze ne parlavano La Pira, Balducci. Don Milani fu obbedientissimo la la sua obbedienza ha valore se presuppone il coraggio, il senso di responsabilità di dire no. Con "Lettera a una professoressa" (1967) don Milani mira a formare cittadini sovrani, consapevoli. Stimolato da qualche domanda del pubblico, Giannozzo Pucci reinterpreta quest'ultimo testo come un appello ai genitori,"organizzatevi per occupare la scuola di Stato, diventate sovrani nella scuola di Stato o organizzatevi per fare la vostra scuola". Cosa ha rappresentato la montagna per don MIlani? Valeria Milani Comparetti ricorda la frequentazione da turista ricco attestata dagli album di famiglia. "Diverso quando arrivò a Barbiana su una mulattiera, non c'era niente. La strada è stata fatta dai ragazzi dopo. L'unico sport che continuò a praticare fu lo sci. I suoi scarponi di montagna erano un oggetto sacro col quale ha voluto essere sepolto". Accenna allo shock subito a San Donato, "quando si è trovato davanti il mondo operaio che conosceva dall'altra parte, il mondo padronale". Il papà Albano si occupava di grande industria, di finanza. "Per conoscere don Milani è importante conoscere il padre per capire la contrapposizione".
Sandra Gesualdi spiega che a Barbiana c'erano "venti case coloniche abitate da mezzadri che lavoravano la terra tenendo per sé solo il 30 per cento dei proventi". Don Milani va a conoscere il suo popolo nel bosco, casa per casa. "Mandatemi a scuola i vostri figli e vi darò un futuro migliore". Nelle lettere alla mamma racconta che "i ragazzi erano talmente timidi e paurosi che non mi guardavano in faccia". Immagine di chiusura sul dettaglio concreto, a Barbiana il periodo fascista era rappresentato da una catena nera, quella stessa che i ragazzi utilizzavano per portare il bestiame al pascolo.
Nella foto da sinistra, Mario Lancisi, Valeria Milani, Giannozzo Pucci e Sandra Gesualdi