Il Movimento Agende Rosse – Gruppo Paolo Borsellino di Torino ha organizzato ieri a Torino un sit-in a sostegno del giudice Nino Di Matteo e dei pm di Palermo minacciati dalla mafia. Di Matteo ha ricevuto nei mesi scorsi esplicite minacce di morte da parte di Totò RiinaUN MAGISTRATO è condannato a morte dalla mafia, e nei grandi giornali quasi non se ne parla: poche informazioni, zero volontà di mobilitare l’opinione pubblica.In Italia, chi indaga sui mandanti di un crimine e – ancor di più – sul legame mafia-politica è in grave pericolo, da sempre.Falcone e Borsellino,le vittime più illustri. Oggi è nel mirino Nino Di Matteo.Lavora con scrupolo e onestà e porta avanti l’indagine sulla Trattativa Stato-mafia. È in trincea e rischia la vita: ogni giorno.Un uomo così dovrebbe essere protetto dallo Stato. Non accade. Gli si frappongono ostacoli e finisce per essere, paradossalmente, inviso alla mafia e allo Stato.Gran parte dell’opinione pubblica, tuttavia, è come narcotizzata da notizie e azioni tese a confondere le acque non vogliono vedere la sostanza e sono parte, consapevoli o meno, del tentativo difermare l’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia.Si delegittima il magistrato, lo si isola, col rischio che si avveri la volontà criminale di Totò Riina.Ciò che stupisce è la capacità di dimenticare.La letteratura vede, intuisce, ciò che la magistratura dimostrerà nei processi.Ma bisogna istruirli i processi e consentire alle indagini di andare avanti. Invece,si frappongono ostacoli. Capaci è un ostacolo.Via D’Amelio è un ostacolo.Essere morto nel cuore di Riina (caso Di Matteo) è un ostacolo.E ancora, ma per altri motivi, distruggere le intercettazioni Napolitano – Mancino … è un ostacolo.Se la società civile non si stringe intorno ai magistrati coraggiosi mentre indagano, è inutile e ipocrita che pianga quando vengono uccisi.Una “serena paura”, solo un ossimoro può spiegare la condizione psicologica di Di Matteo, fermamente determinato ad andare avanti nel suo lavoro e umanamente preoccupato per sé e i suoi familiari.Ha validi sostenitori il magistrato, adesso, però, è arrivato il momento di ragionare “con la gente e tra la gente”, di partecipare ai dibattiti e parlare di questi temi per le strade, a casa, nei luoghi di lavoro.Oggi si tratta di capire che, come per Falcone e Borsellino, è in atto nei confronti di Di Matteo un processo di delegittimazione e isolamento:quanto? Come? Fino a che punto è esteso questo processo? Si può fare qualcosa per fermarlo? Non è una questione di poco conto.Dobbiamo sapere in che Paese viviamo.Se necessario scendere in piazza.Lo esige la memoria dei magistrati uccisi .