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A. Meluzzi: “Agape, Madre dell’accoglienza”. La famiglia crea la vita, la genera, l’accoglie.

22/11/2013 17:21

Le ombre calano sull’esedra di Piazza Vittorio a Torino, facendo risaltare il luminoso funambolo di Paolini. Lì vicino, nella sala d’attesa dello studio del prof. Alessandro Meluzzi, ammiro due quadri che raffigurano battaglie, quasi anticipando quanto mi dice sul suo ultimo libro (“Follie. Storie di delitti e castighi”, Politeia, 2012): «Riflettere sul male è il modo più efficace, per chiaroscuro, per ragionare su cosa sia il bene. I delitti e i castighi sono anche il modo con cui gli uomini riflettono su quella grande immensa battaglia tra il bene e il male che non riguarda gli altri perché i mostri sono già dentro di noi. Un po’ di analisi psicologica su mostri che erano in realtà persone come noi è il modo per vigilare su questo demone che qualche volta ci affligge e che fa parte della nostra natura decaduta». Ho letto con passione “L’infinito mi ha cercato. Da Marx a Gesù una vita in cammino”, 2009. Abbiamo in comune la frequentazione del liceo Alfieri, cosa ti ricordi di quegli anni?

«Ho avuto la gioia di poter crescere tra la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù dei padri cappuccini e la scuola Rosmini. Quando è arrivata l’età dello sviluppo a tredici, quattordici anni, i cappuccini si attendevano che andassi a fare il fratino a Bra dove c’era il seminario minore, i rosminiani che andassi a fare il seminario a Stresa. Come l’asino di Buridano, risolvendomi per una scelta o per l’altra, mi sono iscritto al liceo Alfieri che inaugurava la sua nuova sede in corso Dante, a due passi da dove abitavo. Era l’autunno del 1969, gli anni del movimento studentesco, i professori avevano una formazione abissalmente, cosmicamente, galatticamente diversa dal mondo da cui provenivo, erano per lo più di orientamento marxista o liberale. Hanno segnato profondamente la mia formazione».

Più di dieci anni di militanza nel PCI, citi Marx nel sottotitolo della tua biografia, poi l’elezione con Forza Italia. Hai avuto il coraggio di esporti, di cambiare.

«Sono stato iscritto al PCI fino al 1982, quando la rivista “Nuova Società”, diretta da Saverio Vertone, venne chiusa dal PCI torinese. Questo ha fatto transitare la nostra area politica di comunisti “liberal” nell’orbita del partito socialista. Quando nel 1992, ho visto esplodere questa finta rivoluzione giudiziaria che eliminava “manu militari” i due grandi partiti popolari, come  la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, lasciando intonso l’altrettanto corrotto PCI, almeno dal punto di vista dei finanziamenti, ho pensato che bisognasse resistere. Ho accettato questo folle invito a candidarmi a Mirafiori da Forza Italia soltanto perché percepivo Berlusconi come un socio di Craxi. L’impegno è stato premiato perché il popolo di Mirafiori ha votato me anziché Chiamparino, anche perché facevo lo psichiatra tra i loro figli da sei, sette anni e quindi ero radicato sul territorio».

«Ogni giorno, ogni momento è occasione di conversione » (“Ho visto, ho creduto. I neocattolici, lo scisma silenzioso e il soffio dello Spirito”, 2010). Cosa significa essere ipodiacono della chiesa greco melkita cattolica?

«Bisogna convertirsi dodici volte al giorno, perché per dodici ore al giorno mi fido di Dio e per le altre dodici, tendo a fidarmi di altre entità, cominciando da me stesso. La conversione è un cammino di ricerca di Dio che non è tanto ricerca di Lui ma apertura a lasciarci ricercare da Lui; è un cammino mai concluso, soprattutto per una personalità sofferta e un po’ problematica come la mia. Il mio radicamento nell’ordine vuol essere un rapporto con la Chiesa forte, non episodico ma strutturato, organizzato e gerarchico. Non si sta da soli in una comunità, la Chiesa che è corpo mistico è tale per la sua sponsalità sacramentale con Cristo. Non avrebbe senso dire “Io amo Gesù ma sono perplesso verso la Chiesa”. Nella nostra amatissima Chiesa cattolica che può cambiare di inclinazione e d’intonazione nella comunicazione, anche repentinamente tra un papa e l’altro, in realtà c’è una forza e una continuità che viene dai doni dello Spirito».

“Agape, Madre dell’accoglienza”. Quali sono i criteri ispiratori di questa comunità?

«Si tratta di una famiglia per l’accoglienza, forse la specificità è che il cinquanta per cento di quelli che ci lavorano sono membri della stessa famiglia e quindi in qualche modo una “famiglia di famiglie”, con luci e ombre. Non lo direi in modo trionfalistico, bisognerebbe chiederlo ai ragazzi, magari non avrebbero voluto vivere in una famiglia che viveva con i matti. E’ singolare che tanti fratelli vivano insieme e lavorino ad uno stesso progetto e che questo progetto non sia aziendale, trionfante ma una grande fatica e una grande sofferenza quotidiana. E’ una famiglia che vive, lavora, ama insieme e che deve a questo anche la sua gioiosa vitalità, sia pure tra mille sacrifici. E’ una famiglia che da tanti anni ha potuto rimanere tale perché ha incontrato i poveri».

«Se non c’è la capacità di donarsi oltre la ragionevolezza, un rapporto è destinato al fallimento e allo scacco» (“Ho seguito il mio maestro. Educazione, famiglia, donne, amore, coppia”, 2011). La famiglia può dare una mano in questo tempo di crisi?

«La famiglia è il laboratorio nel quale l’assunto che la persona è tale perché è orientata all’altro trova la sua massima espressione, il che mi fa pensare che persino la Trinità sia in un certo senso una famiglia. Infatti c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Figlio che viene eternamente generato nella contemplazione del Padre, lo Spirito che procede dalla relazione tra i due. La famiglia è l’espressione più compiuta del modo con cui il divino incontra l’umano.  La dimensione della generazione della vita, dell’accoglienza dell’amore, la tensione all’assoluto che sono attributi del divino, diventano miracolosamente anche attributi dell’umano. Attraverso l’”erosagape”, la famiglia crea la vita, la genera, l’accoglie. E’ espressione di un amore che è talmente intenso da essere, anche dal punto di vista scritturale e teologico, la più straordinaria e riuscita prefigurazione del rapporto tra l’uomo e Dio. Bisognerebbe dire non che la famiglia è una “chiesa domestica” ma che la chiesa è un’immensa famiglia. Non a caso il papa si chiama “papa” e Dio si chiama “Abba”, papà».

Quest’estate ti ho visto in TV, di prima mattina, mentre discettavi sulla tematica del “gender”. Quanto ti coinvolge evangelizzare in televisione o sui giornali?

«Il modo più efficace di comunicare è quello di comunicare se stessi e il massimo esempio di questo ci viene dato da Gesù che non è portatore di una verità ma è la Verità Lui stesso. Senza paragoni blasfemi, noi comunichiamo nel momento in cui trasmettiamo noi stessi. I figli se ne fregano di quello che dicono i genitori, sono febbrilmente attenti a quello che i genitori fanno, a quello che i genitori sono, a quello che i loro insegnanti sanno, fanno e sono. Non faccio sinceramente niente per essere chiamato in TV, se ciò accade vuol dire che qualcuno è interessato a sentire un punto di vista dissonante dal senso comune, comprese le teorie del “gender”, della coppia, della famiglia, del matrimonio gay». Il gregoriano in sottofondo si miscela con l’incessante squillo del cellulare di persone in cerca d’aiuto.

Nella foto il prof. Alessandro meluzzi

Piergiacomo Oderda

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