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Le opere del pittore cinquecentesco Lorenzo Lotto a Miradolo

07/11/2013 20:32

Il castello di Miradolo ospita in questi mesi tredici opere di Lorenzo Lotto, pittore veneziano
approdato a esiti alquanto distanti dalla bottega di Bellini da cui probabilmente prese le mosse. Vittorio Sgarbi ha dato alcune chiavi di lettura per questa mostra promossa dalla Fondazione Cosso. Definisce Lotto come il primo pittore psicanalista “ante litteram” e, come scriveva Giulio Carlo Argan, «la grande scoperta che fa la modernità del Lotto è quella del ritratto come dialogo, scambio di confidenza e di simpatia tra un sé e un altro.
Nel ritratto-dialogo, l’attitudine del pittore è quella di un confessore, dell’interlocutore che pone le domande, interpreta le risposte, decifra quelle che Pascal chiamerà “le ragioni del cuore”». Sulla stessa linea Bernard Berenson, lo scopritore del Lotto per la critica artistica: «la sua analisi è così penetrante e la sua diagnosi così completa ch’egli sembra conciliare l’ideale comprensione del medico con l’ideale compassione del sacerdote e abbiamo l’impressione che, come il medico e il sacerdote, il pittore avrebbe dovuto serbare il segreto del modello sotto il suggello della confessione» (1955).
Anche da Anna Banti trae suggerimenti per decifrare lo sguardo «quasi da Ciclope» del “Giovinetto col petrarchino” (1526, Castello Sforzesco di Milano), un’occhiata di superiorità, “casto per superbia schifiltosa, pio per egoismo e cocciuto” (1953); il giovane sembra nell’atto di aprire quell’edizione tascabile delle rime del Petrarca, edita a cura di Pietro Bembo. Più in là le proiezioni aiutano a cogliere di Fioravanti Avogaro (“Ritratto di gentiluomo con lettera”, 1543) quel guanto tenuto da una mano, con il dito puntato verso l’osservatore. E’ quasi una firma del Lotto, oltreché segno della cura che il pittore poneva nello studio della posizione delle mani. Di fronte, dalla collezione Cavallini Sgarbi, il “Giovane con la pergamena in mano” (1547) il cui sguardo intrigante e misterioso punta verso lo spettatore.
Questa mostra solleva interesse anche per la contabilità, alcune note sono tratte dal “Libro di spese diverse” dove il Lotto registrava dal 1538 dipinti, nome di committenti o compratori, le spese giornaliere, tele, colori, vitto e alloggio. Il 16 giugno 1542 ricevette la commissione di un trittico da parte di don Matteo de Grassi per la Chiesa di San Domenico di Giovinazzo. Il critico Berenson si trovava in Puglia nel 1897 e fra gli oggetti ammucchiati dietro l’altar maggiore trovò “San Felice in Cattedra” (le altre due parti spariranno), un quadro da cui trapela il peso degli anni trascorsi dal prelato sui libri nel pensiero e nella preghiera. La sezione dedicata ai ritratti si chiude con Lucina Brembati del 1518.
Curiosa la “capigliara”, una parrucca di finti capelli intrecciati e fissati con fiocchetti di seta
gialla. Un filo di perle nasconde l’attacco dei capelli. Al collo, una collana di perle e una catena d’oro con un bizzarro ciondolo, forse con significato propiziatorio oppure come attrezzo in voga al tempo per la pulizia dei denti. La mano destre appoggiata al ventre potrebbe far presumere una gravidanza. «Dietro a lei», annota il Berenson, «una tenda violacea damascata e un romantico paesaggio notturno. E’ forse il più compiuto dei ritratti bergamaschi».
Saliamo al primo piano e ammiriamo la “Madonna col Bambino in gloria e i Santi Giovanni
Battista, Francesco, Girolamo e Giuseppe”, pala d’altare per la chiesa di Sedrina in Val Brembana (1542), ispirata per la compostezza e la classicità ai dettami di Trento, sempre “ante litteram”. La Madonna è la nuova Eva co-redentrice, con in mano il pomo verde, segno del male, riscattato col battesimo dal Bimbo che stende la mano quasi per accarezzarlo. Alle spalle è riconoscibile la valle bergamasca, il gregge che bruca l’erbacinerea è un tocco arcadico del pittore. Altro prestito prestigioso è una “Madonna col Gesù Bambino” (1527-30), dalla dolcezza e armonia raffaellesca, proveniente dal Quirinale.
Sempre a tema religioso, “San Girolamo in meditazione” (1509), quasi affannato tra quattro volumi, al centro di un paesaggio dove gli alberi assumono contorni antropomorfi.
Le predelle dell’Accademia Carrara mostrano una deposizione di Cristo nel sepolcro, il martirio di Santo Stefano e un miracolo di san Domenico (1516). La “Trasfigurazione” del 1530 proviene da casa Leopardi, un acquisto di Monaldo, il padre del poeta. Infine, si può giocare a riconoscere le divinità romane, Giove, Venere, Marte e tante altre nella drammatica “Caduta dei Titani” del 1544, dipinta nel periodo più tormentato per la vita di Lotto.
Dal 30 agosto del 1552 si stabilì a Loreto e dall’8 settembre del 1554 si fece oblato della Santa Casa. Tra le opere che dipinse per la basilica lauretana va ricordata la Presentazione al Tempio, incompiuta (sale XIX e XX del Museo a Loreto). L’allestimento sonoro attraverso suggestioni musicali di Hahn, Debussy, Schonberg, Saint Saens, Hindemith, Messiaen rappresentano una dedica a uno spirito dissonante col proprio tempo. «Lorenzo Lotto fu dunque un pittore psicologo in un’età che finì per apprezzare soprattutto la forza e l’apparenza, un pittore che aveva di mira l’anima umana in un’epoca in cui essa veniva rapidamente sacrificata al conformismo, un pittore intimamente evangelico in un paese che un cattolicesimo vuoto e autoritario stringeva sempre più nella sua morsa» (B. Berenson, “Lorenzo Lotto”, a cura di Luisa vertova, ed. Abscondita, 2008).
Piergiacomo Oderda

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