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…Aspettando Renzo Piano, cosa può legare un semaforo ad un grattacielo?

16/09/2013 23:05

Al ritorno da una breve vacanza nel paese natìo in Calabria, mi arrovella una domanda: cosa può
legare  il semaforo posto su un antico  muro di sostegno di un borgo calabrese  all’idea  di un
“grattacielo” a Pinerolo? ( o all’idea di una borgata posticcia nel parco della Val Varaita)
Il quesito mi viene sollecitato da quanto si legge in un documento allegato alla delibera approvata dall’amministrazione  pinerolese  nello  scorso  mese  di  luglio.  La  delibera  prevede  la  vendita dell’area dei cosiddetti “Portici Blu” al fine di realizzare “(…) “un edificio capace di lasciare un segno forte sul paesaggio cittadino”. (Un “secondo” grattacielo a Pinerolo?)
“Lasciare  un  segno  forte…”  Mi  sono  chiesto:  è  forse lo  stesso  principio,  fatte  le  debite
proporzioni, che  ha  ispirato  gli  amministratori  del  borgo  calabrese  posizionando  il  semaforo
sull’antico muro? Segno di modernità, gesto concreto dell’attenzione che l’ amministratore ha nei confronti dei bisogni della sua comunità?
Eppure, visti nel loro contesto e riflettendo sui due “oggetti”, il semaforo sull’antico muro e il
“grattacielo” nel panorama di Pinerolo, mi viene da pensare che entrambi rappresentano, a mio
parere, due elementi “osceni”. “Osceni” nel significato etimologico della parola latina da cui derivail termine “osceno”: “ob scenum”, ovvero qualcosa che è fuori dalla scena, fuori dal contesto,qualcosa di inadeguato.
Memorie degli studi universitari alla facoltà di Architettura di Torino, uno dei principi che più mi
affascinavano era quello del “genius loci”, lo spirito del luogo, la vocazione di un luogo. Un
principio  fondamentale  che,  come  apprendevamo,  aveva  determinato  la  varietà  delle  forme
architettoniche espresse dalle differenti culture e civiltà: fondato sul rispetto delle atmosfere e delcarattere spirituale dei luoghi, delle tradizioni costruttive, sulla sensibilità per l’uso di materiali.
Cosicché, sino a qualche decennio orsono era piuttosto agevole individuare il luogo, la nazione -e
quindi la cultura- che aveva “costruito” un edificio, una casa, un’opera architettonica, un disegno
urbanistico. Saper cogliere ed esprimere nel progetto che si elaborava il “genius loci”, lo spirito delluogo,  secondo  i  nostri  docenti  era  un  elemento  discriminante  per  rendere  oggettivamente ammirevole, qualificante e giustificata, l’opera di un professionista che ambisse a svolgere il lavoro di architetto.
La realtà della professione dell’architetto, al di fuori dalle aule universitarie e soprattutto in Italia, èstata davvero differente. La figura dell’architetto, come altre, in Italia si è trasformata spesso in quella di un mero esecutore di ordini, volontà e programmi altrui. Ma non pensiamo di ritrovare facilmente lo spirito della famiglia dei Medici, di Giulio II,  o anche dei Savoia,   nelle vesti di pubblici e privati committenti! La speculazione edilizia, la forza della “rendita”, a volte il malaffare, questi i poteri-committenti che hanno provocato il degrado di tanti paesaggi e “luoghi” italiani e che hanno  visto  -troppo  spesso!-  accondiscendenti   e  ignavi  esecutori proprio  in  coloro  che  della bellezza dei luoghi, della loro difesa e creazione, avrebbero dovuto essere appassionati e strenui protagonisti.
Se ricercassimo un segno dell’inizio dell’apocalisse architettonica e urbanistica italiana -e forse
anche dell’etica della nazione- ricorderemmo l’inquietante proclama che scosse la Sicilia all’inizio del 1960: “Palermo è bella! Facciamola più bella!” Con le parole pronunciate dall’allora sindaco Salvo Lima si dava il via a quello che la storia avrebbe definito come il “ Sacco di Palermo”: la devastazione  urbanistica  ed  architettonica  di  una  delle  più  belle  città  italiane,  Palermo,  e  del paesaggio nella quale la città era immersa, la “Conca D’Oro”. Nel giro di pochi anni, il luogo che fece dire a Goethe «chi ha visto tutto questo non lo dimentica più» venne sepolto da una colata di trecento milioni di metri cubi di cemento di edilizia residenziale.  
Villa Rutelli, demolita, e l’edificio che la sostituì. Palermo, Via della Libertà angolo via La Marmora,
Ora sappiamo che un destino comune avrebbe unito Palermo a tante parti d’Italia. Da Sud a Nord,
ora sappiamo come è andata a finire. Opere cinematografiche come il film di Francesco Rosi, “Le
Mani sulla Città”, ancora oggi potrebbe spiegare dinamiche e fenomeni a cui non abbiamo saputo
(voluto?) opporci o che tentiamo di relegare ad un passato lontano. Oggi sappiamo che il degrado
formale dei luoghi, degrado architettonico e urbanistico, altro non è che il segno tangibile del
decadimento culturale ed etico di una comunità, di una nazione!
Magari in buona fede, committenti e progettisti del grattacielo di Pinerolo muovevano forse da un
impeto simile? “ Pinerolo è bella! Facciamo ancora più bella!” Ai tempi della sua costruzione,
avvenuta negli ultimi anni ’50 del Novecento, anche il grattacielo di Pinerolo fu salutato da alcuni come simbolo del progresso che investiva e risollevava l’Italia del dopoguerra. Tuttavia, negli anni a seguire non tardò molto che “il grattacielo” si riducesse a quello che era nella realtà: il segno di una modernità vacua, un errore culturale – un po’ presuntuoso, un “ob-scenum”- compiuto nel tessuto e nel panorama di una delle più belle cittadine piemontesi.
Troppo tardi si è levata la voce di Renzo Piano, l’archi-star umanista italiano, quando giunse ad
ammonire i colleghi: “Occorre anche saper dire dei no!”.
Occorrerebbe  riflettere  invece  su  quanto  decoro,  sapienza  urbanistica  e  valore  architettonico d’insieme, esprimano tanti antichi borghi, paesi e cittadine di ogni regione italiana, anche quelli sorti in luoghi nei quali il retaggio della povertà economica ne costituiva tratto essenziale. In quei luoghi,  oscuri  artigiani  dell’architettura  e  dell’urbanistica  avevano  “disegnato”  e  costruito assecondando proprio “il genius loci”, la vocazione dei luoghi di cui parlavo prima,. Borghi, paesi e cittadine che tante volte oggi ritroviamo offesi in paesaggi sviliti, oltraggiati da “cose-case” oscene o informi periferie, frutto di volontà, cultura e valori davvero diversi da quelle che -per secoli- ne avevano animato la crescita lenta, organica, meditata e “sostenibile” (come diremmo ora dall’alto della nostra presunta modernità culturale).
Nella aule universitarie delle facoltà di architettura, come nei luoghi ove si amministra “la cosa
pubblica”, dovrebbero risuonare anche le parole semplici di Peppino Impastato, non già architetto o critico-teorico di moderna e acclarata fama ma semplice martire della Giustizia e della Bellezza di questa nostra Italia: “Se si insegnasse la Bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilà: si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di quei luoghi prima, ed ogni cosa per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. E’ perciò che bisognerebbe  educare  la gente  alla  bellezza:  perché in  uomini  e  donne  non  si insinui  più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.
E allora, poco a poco, mi pare di intravedere il legame fra il semaforo di uno sperduto borgo della
Calabria  e  l’idea  di  un  “grattacielo”  di  una   ridente  cittadina  piemontese…Aspettando  Renzo Piano (o un semplice “bertoncelli”) che ci insegni a saper dire anche dei “no!”

Francesco Incurato
referente presidio Libera “Rita Atria” Pinerolo

P.S.: il semaforo “calabrese” – posto a gestire un traffico in realtà inesistente - non è ancora
funzionante, come nella triste tradizione di quella regione ( ma non solo in quella)!...ed è anche
vero che con l’arrivò del cosiddetto “International style”, e dei cosiddetti “archi-stars”, non è più
così “osceno” proporre a Milano un progetto rifiutato a New York!...Sic!

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