Politica nazionale

Riforma della Giustizia: separare o non separare le carriere dei magistrati? Un passaggio storico per la giustizia italiana

Riforma della Giustizia: separare o non separare le carriere dei magistrati? Un passaggio storico per la giustizia italiana

di MDM

Venerdì scorso il Senato ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale che ridisegna l’assetto della magistratura italiana, introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Un passaggio che apre la strada al referendum confermativo previsto per la prossima primavera, quando saremo noi cittadini a decidere se rendere effettiva o meno questa riforma.

In sostanza, il quesito che ci troveremo davanti sarà semplice ma cruciale: è giusto separare le carriere dei magistrati inquirenti (Pubblici Ministeri) da quelle dei magistrati giudicanti (Giudici)?

Politica e confusione: quando manca una giusta informazione

Anche in questo caso, purtroppo, ci troviamo a doverci affidare alle indicazioni dei partiti.
Il centrodestra si è espresso compatto per il Sì; il centrosinistra e il cosiddetto campo largo (PD, M5S e AVS) voteranno No.

Il PD di Elly Schlein ufficialmente dirà No, ma nel partito non mancano voci favorevoli; Più Europa sostiene che una riforma della giustizia sia comunque necessaria; Azione e Calenda sono apertamente favorevoli e hanno annunciato la nascita di comitati per il Sì; Italia Viva, come spesso accade, sembra più concentrata su equilibri di opportunità politica che sul merito della questione.

Questa forse era l’occasione giusta per andare a votare secondo coscienza, ma ancora una volta la miopia, la poca professionalità o forse l’ignoranza in materia da parte di molti parlamentari non ci permetteranno di affrontare il referendum con la giusta informazione.

La riforma introduce alcune modifiche profonde: la separazione netta delle carriere tra giudici e pubblici ministeri; la nascita di due Consigli Superiori della Magistratura distinti e l’istituzione di una Alta Corte Disciplinare per giudicare i magistrati con l’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la terzietà del giudice e di evitare che chi accusa e chi giudica appartengano allo stesso ordine professionale.

Allora, come orientarsi? Cerchiamo di capirlo con l’aiuto degli addetti ai lavori.

L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha dichiarato che l’intera magistratura è contraria alla riforma. Le ragioni saranno illustrate anche attraverso esponenti della società civile: nell’ultimo congresso, ad esempio, hanno partecipato il giornalista Sigfrido Ranucci e il cantautore Eugenio Bennato, che hanno portato riflessioni più ampie sul ruolo della giustizia e sulla percezione pubblica del potere giudiziario.

L’Avvocatura, invece, sembrerebbe — il condizionale è d’obbligo — favorevole alla riforma. Molti penalisti ritengono che la separazione delle carriere possa garantire un processo più equo e bilanciato, con un giudice davvero terzo rispetto alle parti.

Nel frattempo, i comitati nazionali per il Sì e per il No stanno nascendo in tutta Italia.

Per il No è stato scelto come portavoce il professore e avvocato Enrico Grosso, ordinario di diritto costituzionale e marito della giudice di Cassazione Emanuela Gai.

Per il Sì, invece, il volto più noto è quello dell’avvocato Giandomenico Caiazza, già presidente dell’Unione delle Camere Penali, che guida il fronte garantista favorevole alla riforma.

E in ambito locale? A chi ci affideremo per avere indicazioni di tipo tecnico, al di là delle appartenenze politiche?

Un contributo interessante arriva dal libro “Perché Sì” dell’avvocato torinese Mauro Anetrini, che con linguaggio semplice e diretto spiega le ragioni per cui separare le carriere sarebbe, a suo avviso, un passo avanti verso una giustizia più giusta e trasparente.

Sullo stesso fronte, anche testate tradizionalmente progressiste hanno ospitato opinioni non scontate: oggi, ad esempio, Il Riformista, giornale notoriamente di sinistra, ha pubblicato una intensa intervista all’ex senatore del PD Stefano Esposito.

Esposito, pur evitando tecnicismi, ha affermato senza mezzi termini che questa legge “rappresenta il primo passo per creare una giustizia più giusta”, portando la propria esperienza personale di uomo “finito nel tritacarne giudiziario” e poi assolto dopo sette anni.

Il referendum che ci attende sarà dunque uno snodo fondamentale per il futuro della giustizia italiana.

Ma per votare con consapevolezza serve informazione vera, libera dalle logiche partitiche.

Per questo, stiamo valutando di organizzare un incontro pubblico, invitando magistrati, avvocati, operatori giudiziari, docenti e giornalisti che possano aiutarci a capire meglio la portata della riforma, spiegando con chiarezza le conseguenze del “Sì” e del “No”.

Solo così potremo esercitare il nostro diritto di voto secondo coscienza, comprendendo davvero se questa riforma potrà rendere la giustizia italiana più giusta, o se rischia invece di indebolirla.

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