Torino sotto assedio: il nuovo fronte pro-Pal
di Riccardo Gorrieri
Torino, città industriale, operaia, universitaria, un tempo laboratorio del progresso italiano, è oggi diventata simbolo di un fenomeno che scuote l’intero Occidente: la penetrazione culturale e politica del radicalismo filo-palestinese nelle piazze europee. Non si tratta più di semplici cortei: ciò che è accaduto il 27 settembre nel capoluogo piemontese – bombe-carta, assalti alla Polizia, proclami di “bloccare tutto” – segna un salto di qualità. È l’anticipazione di un conflitto politico e culturale che non si limiterà al Medio Oriente, ma investirà le democrazie occidentali, portandole a un bivio storico.
Torino è stata da me ribattezzata “Torini-Stan” non a caso: il linguaggio, i simboli, le parole d’ordine richiamano l’immaginario del radicalismo islamista. E ciò che preoccupa non è solo la violenza di piazza, ma il silenzio complice di una sinistra che ha scelto di cavalcare queste cause non per senso di giustizia, ma per sopravvivenza politica.
L’ipocrisia dell’indignazione selettiva
La domanda è inevitabile: perché le piazze si riempiono solo per Gaza? Dove sono stati i cortei per i bambini ucraini straziati dai droni russi? Dove l’indignazione per le donne iraniane costrette al velo e alla prigione, per gli omosessuali impiccati a Teheran, per i cristiani massacrati nelle chiese in Nigeria? Dove erano gli slogan contro il terrorismo islamista che, il 13 novembre 2015, ha insanguinato Parigi?
Il silenzio di fronte a queste tragedie è la prova di un doppio standard ipocrita, che denuncia la vera natura del progressismo europeo: scegliere battaglie facili, lontane, prive di costi immediati, per chi è all’ opposizione, utili solo a ricostruire consenso elettorale.
Israele, il nemico simbolico della sinistra
Dal 7 ottobre 2023 in avanti, con il massacro compiuto da Hamas, la sinistra radicale europea ha trovato la sua ossessione: Israele. Non si tratta di solidarietà per i civili palestinesi, ma di una guerra ideologica. Israele rappresenta tutto ciò che la sinistra odia:
- Uno Stato fondato su un’identità forte, religiosa e nazionale.
- Un popolo che non arretra, che difende la propria terra e la propria fede.
- Una classe politica simbolica, capace di incarnare un nuovo corso: uomini come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, leader del Sionismo religioso, che hanno restituito orgoglio e visione al popolo israeliano.
Per i progressisti, Israele è l’incubo peggiore: dimostra che non tutto è negoziabile, che l’identità può vincere sul globalismo, che la fede può prevalere sul relativismo. Per questo, Israele viene demonizzato: perché ricorda all’Europa ciò che essa ha perduto.
Le ragioni del doppio standard
Tre chiavi di lettura spiegano, a mio avviso, questo fenomeno:
Prima: la sinistra europea, priva di battaglie credibili in patria, si aggrappa a conflitti lontani per recuperare appeal. La Palestina è la bandiera perfetta: facile da agitare, distante, priva di costi reali per chi siede nei banchi dell’ opposizione.
Seconda: dal 7 ottobre 2023, Israele è diventato l’incubo dei progressisti. Non per i drammi del conflitto, ma perché rappresenta un modello che odiano: uno Stato con un’identità religiosa e culturale forte, un Paese che non cede al globalismo e al relativismo. Israele dimostra che è possibile resistere all’omologazione, e questo è intollerabile per chi predica il multiculturalismo selvaggio e il laicismo assoluto. Non è un caso che i leader più identitari, come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, siano i bersagli preferiti delle critiche: incarnano l’idea di un Israele saldo nelle proprie radici.
Terza: la politica italiana. La sinistra sogna di ritrovare consensi in queste piazze, sperando che almeno i palestinesi la votino. La destra, invece, è chiamata a una prova di maturità: Forza Italia rimane frenata da un certo moderatismo, Fratelli d’Italia porta ancora il peso di vecchi retropensieri, ma la Lega ha avuto il coraggio di dire ad alta voce ciò che milioni di italiani silenziosi pensano.
La Lega e il coraggio dell’Occidente
In Italia, solo una forza politica ha avuto il coraggio di parlare chiaro: la Lega.
Mentre Forza Italia rimane imprigionata in un moderatismo senza futuro, e Fratelli d’Italia combatte ancora con le ombre del passato, la Lega – a Torino come a Roma – ha detto con fermezza ciò che milioni di italiani silenziosi pensano. Le parole di Silvia Sardone ed Elena Maccanti sono un manifesto di chiarezza:
“Solidarietà alle forze dell’ordine che hanno contenuto le violenze di antagonisti, collettivi studenteschi e pro-Pal che hanno tentato di superare il blocco della Polizia per arrivare all’aeroporto di Caselle. Purtroppo a Torino queste scene sono una consuetudine, frutto della protezione che la sinistra garantisce ai centri sociali. Preoccupa la nuova alleanza tra sinistra estrema e realtà islamiste filo-Hamas. Sono realtà che vanno chiuse senza tentennamenti.”
Questa presa di posizione è più di una cronaca: è la dimostrazione che esiste una destra italiana capace di rialzare la testa, di difendere l’ordine, di opporsi al caos pseudo progressista.
Israele e Lega: due fronti, un’unica battaglia
Israele combatte in Medio Oriente la sua guerra di sopravvivenza e identità. La Lega combatte in Italia una guerra politica e culturale per difendere le radici dell’Occidente. Sono due fronti diversi, ma la stessa battaglia: resistere al globalismo, al relativismo, al multiculturalismo che vorrebbe cancellare l’identità dei popoli.
Il Sionismo religioso, incarnato da leader come Ben-Gvir e Smotrich, non è soltanto una scelta politica israeliana: è un messaggio universale. Ricorda a tutti che senza identità non c’è libertà, senza radici non c’è futuro, senza fede non c’è resistenza. È questo il punto di contatto profondo tra la destra israeliana e quella italiana: la convinzione che non esiste civiltà senza orgoglio e senza appartenenza.
Torino come avvertimento
La guerriglia pro-Pal nelle strade di Torino è un campanello d’allarme. Ci dice che lo scontro non è solo geopolitico, ma culturale. Che la causa palestinese diventerà, nei prossimi anni, il pretesto per importare in Europa un clima di violenza politica. Che i cosiddetti progressisti, pur di ritrovare consenso, sono pronti a strizzare l’occhio a chi non condivide nulla dei valori occidentali.
La domanda è: l’Occidente sarà pronto?
Una chiamata alla responsabilità
Difendere Israele e difendere l’ordine in Italia non sono due cause separate. Sono la stessa causa: la difesa dell’Occidente. La destra italiana, con la Lega in prima fila, deve prepararsi a scelte chiare, senza mediazioni. Perché dall’altra parte non c’è la volontà di dialogo, ma la richiesta di resa.
Israele dimostra che non arrendersi è possibile. La Lega dimostra che anche in Italia la fermezza esiste. È questo il messaggio che Torino consegna al mondo: la battaglia per l’identità è appena cominciata.
E se Israele non arretrerà mai, nemmeno la destra italiana deve farlo.