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JE SUIS CHARLIE KIRK

JE SUIS CHARLIE KIRK

di Riccardo Gorrieri

«Sparare a Luther King o Trump non è la stessa cosa… Chi semina vento raccoglie tempesta». Queste parole, pronunciate dal professor Piergiorgio Odifreddi l’11 settembre 2025 nella trasmissione L’Aria che Tira (La7), non appartengono soltanto al dominio delle opinioni: esse dischiudono un varco inquietante, un abisso in cui la violenza diventa selettivamente giustificata, e in cui la dignità della vita umana viene subordinata al colore politico delle idee.

È questo il punto. Non siamo più di fronte al libero scambio delle opinioni, ma davanti a una deriva che legittima l’assassinio come esito naturale del dissenso politico. Lì dove il pluralismo dovrebbe edificare ponti, vediamo invece erigere muri di odio, e lì dove la libertà di parola dovrebbe unire gli uomini in un consesso civile, troviamo invece la tentazione, antica e barbarica, di dividere il sangue in categorie: chi merita cordoglio e chi merita disprezzo.

 

L’ipocrisia del progressismo: tolleranza a senso unico

Per decenni ci hanno catechizzato con le liturgie del rispetto, della tolleranza, della sacralità del pensiero altrui. Ma oggi appare lampante la nudità di quella retorica: essa si applica solo quando fa comodo all’egemonia del progressismo, al politically correct eretto a nuova religione civile. Quando le vittime appartengono al fronte conservatore, allora il silenzio cala, o peggio, si insinua la giustificazione mascherata da analisi.

Il caso non è isolato. Geert Wilders, nei Paesi Bassi, ha pagato con una vita blindata, scandita da minacce e attentati, la colpa di aver espresso posizioni critiche verso l’Islam. La sua esistenza politica è tollerata solo come fenomeno marginale, mai riconosciuta come la prova vivente di una libertà che, se fosse davvero universale, lo avrebbe difeso con lo stesso ardore con cui difende i paladini del pensiero progressista.

E oggi, mentre un conservatore americano cade sotto i colpi di un assassino, scopriamo l’altra faccia della medaglia: canali Telegram con decine di migliaia di adepti che celebrano la sua morte come un trionfo, un passo in più verso l’eliminazione fisica di chi dissente. È la trasformazione della politica in giustizia tribale, dell’opinione in condanna capitale.

 

Due pesi, due misure: la dignità negata

La storia recente ci consegna un paradigma eloquente. La morte di George Floyd, per quanto drammatica, fu elevata a simbolo universale, capace di paralizzare intere metropoli, mobilitare governi, scuotere istituzioni, inginocchiare aziende e parlamenti. In quel caso, il grido di dolore diventò un inno planetario, una liturgia di massa.

Eppure oggi, di fronte al brutale assassinio di Charlie Kirk, assistiamo a un silenzio glaciale. Non un minuto di raccoglimento al Parlamento europeo. Non un gesto collettivo di pietà. Solo l’indifferenza, o peggio ancora, l’ironico fastidio di chi vede in questa morte non una tragedia, ma un’occasione di rivalsa ideologica.

L’eurodeputata Isabella Tovaglieri ha avuto il coraggio di chiamare per nome questo scandalo: «George Floyd sì, Charlie Kirk no. Due pesi e due misure inaccettabili». È la denuncia di un’Europa che discrimina i morti, che misura il valore della vita con il metro dell’opinione politica, che ha trasformato la neutralità della pietà in un campo di battaglia per la propaganda.

Per fortuna che in Italia vi sono ancora politici coraggiosi. Ne cito due che ho l’onore di conoscere direttamente: il consigliere regionale del Piemonte Fabio Carosso e l’europarlamentare Isabella Tovaglieri. Due figure che incarnano la fermezza, la lucidità e la dignità necessarie in questo tempo di smarrimento, e che non hanno esitato a denunciare pubblicamente l’ipocrisia del cosiddetto politically correct.

 

La posta in gioco: la civiltà stessa

Qui non è in discussione soltanto l’onore di un uomo, ma l’anima stessa della civiltà occidentale. Una civiltà che nacque sul presupposto dell’universalità della dignità umana, sull’idea che nessun potere terreno possa decidere chi è degno di vivere e chi no. Se accettiamo che l’omicidio politico venga persino insinuato come “logica conseguenza” di certe idee, allora non siamo più cittadini liberi: siamo prigionieri di una nuova tirannide culturale che legittima la violenza come argomento ultimo.

Non è più solo questione di politica. È questione di principio, di civiltà, di ciò che vogliamo tramandare ai nostri figli. Vogliamo insegnare loro che la democrazia è il regno del confronto libero, o il campo di battaglia in cui il più forte può eliminare fisicamente il più scomodo?

 

Un appello alla coscienza conservatrice

Noi conservatori abbiamo il dovere di non restare silenziosi. Non con la violenza, mai con la violenza, ma con la forza inarrestabile della parola e della testimonianza. Dobbiamo alzarci in piedi, rivendicare il diritto di esistere, di parlare, di dissentire. Non più una “maggioranza silenziosa”, ma una comunità orgogliosa che rompe le catene del conformismo e afferma la verità con coraggio.

Se per George Floyd le piazze si sono riempite, ora è il momento di riempire le piazze morali, le colonne dei giornali, le tribune pubbliche in difesa della memoria di Charlie Kirk. Non per contrapporre vittime a vittime, ma per ribadire che la vita, ogni vita, non può essere piegata a calcoli ideologici.

 

Conclusione: un martire della libertà di parola

Charlie Kirk non è soltanto un uomo caduto sotto i colpi dell’odio: è un simbolo, un martire della libertà di parola. La sua memoria non può essere confinata all’oblio, né lasciata in pasto agli sciacalli del relativismo morale.

Per questo scrivo. Per questo continuerò a scrivere. Questo è soltanto il primo di una lunga serie di articoli con cui intendo onorare il suo sacrificio, difendere l’eredità della libertà e smascherare l’ipocrisia che oggi soffoca l’Occidente.

Je suis Charlie Kirk.

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