La Cappella di San Sisto e i sentieri dei Due e Tre Denti: Un patrimonio che sta scomparendo tra l’indifferenza.
“La bellezza non va solo ammirata: va custodita, tramandata, percorsa.”
Sabato scorso, tra i volti familiari del mercato di Pinerolo, ho incontrato un vecchio amico, un amante delle nostre montagne, conoscitore profondo del territorio tra Cantalupa e Cumiana. Con sguardo turbato e amarezza nella voce, mi ha consegnato alcune fotografie: non semplici immagini, ma la testimonianza di uno scempio. I sentieri che portano ai Due Denti, ai Tre Denti, alla storica Cappella di San Sisto, versano oggi in condizioni di completo abbandono. Dissestati, invasi dalla vegetazione, privi di segnaletica, pericolosi.
Oggi, raggiungere San Sisto è una sfida. Domani, potrebbe non essere più possibile.
La salita alla Cappella di San Sisto inizia dalla frazione Pero, lungo la via Sala a Cantalupa. Superato il cartello di divieto, il sentiero sterrato conduce — o meglio, conduceva — fino a uno splendido balcone naturale. Da qui, inizia un viaggio tra i gioielli del nostro patrimonio paesaggistico e spirituale: Rocca della Gallina, Rocca dei Due Denti, colle Marione, monte Brunello, fino al monte Freidour, dove si trova il monumento ai caduti dell’equipaggio inglese del 1944. Un percorso impegnativo ma emozionante, segnato da passaggi attrezzati, cordate, creste panoramiche e piccole cappelle: luoghi dove la natura, la memoria e la spiritualità si fondono. Eppure oggi, chi tenta questa salita si trova davanti a una realtà desolante: bolli blu sbiaditi, tratti franati, erba alta che nasconde le tracce, ruderi coperti dal silenzio dell’abbandono.
La cappella di San Sisto, situata sull’antico monte Calvetto, è una delle testimonianze più antiche della nostra valle. Nata intorno al 1100 come parte di un castello donato da Federico I di Svevia ai Romagnano, sopravvisse a guerre, incendi e crolli. Restaurata nel 1766 dagli abitanti di Cantalupa, riportata a nuova vita tra il 1992 e il 2002 grazie a un formidabile sforzo comunitario, è oggi nuovamente in pericolo.
I lavori degli anni ’90 – cordoli in cemento armato, copertura in lose di Luserna, recupero dell’intonaco e delle decorazioni interne – sono stati realizzati a mano, da volontari che trasportavano i secchi di malta a piedi, sfruttando perfino l’acqua della neve raccolta in una cisterna. Un simbolo vivente di cosa significhi amare il proprio territorio. Oggi, quell’opera rischia di tornare alla polvere per colpa dell’indifferenza.
È con rispetto ma anche con fermezza che rivolgo un appello al Comune di Cantalupa, alle associazioni di escursionismo e alla Regione Piemonte: non possiamo permettere che questo patrimonio vada perduto.
Non servono grandi fondi né mirabolanti progetti. Servono solo una pulizia straordinaria dei sentieri, la ripresa della segnaletica, il monitoraggio stagionale dei punti critici e magari il coinvolgimento delle scuole e dei giovani in progetti di educazione al paesaggio e alla storia locale e servono soprattutto coscienza e volontà.
Il nostro territorio è ricco di storie, bellezze e identità. Ogni volta che lasciamo un sentiero franare o una cappella deteriorarsi, stiamo cancellando un pezzo della nostra anima collettiva.
Per questo, come giornale locale, ci impegniamo a portare questa denuncia all’attenzione dei nostri lettori e delle istituzioni. Pubblicheremo le fotografie che ci sono state donate. Raccoglieremo testimonianze. Faremo domande pubbliche. E ci impegniamo ad aprire un tavolo di confronto con le amministrazioni.
Perché tornare a San Sisto non deve diventare un ricordo impossibile. Deve restare un diritto di tutti.