La “guerra cognitiva” cinese
Da Tik Tok alla penetrazione economica
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di Ivan Albano
Recentemente è apparsa su RaiNews un’ interessante intervista ad Alberto Pagani, esperto di Intelligence e docente all’Università di Bologna, che cercherò di riassumere, sebbene l’ impresa sia ardua per la complessità dell’ argomento.
Proprio perché questo argomento è poco conosciuto ai più, nonostante la sua importanza, ritengo doveroso il mio tentativo.
Tutti sappiamo che viviamo nell’epoca dell’ iperguerra, dove prevale il dominio degli algoritmi dell’ Intelligenza artificiale e, in proposito, si parla ormai di “guerra cognitiva”.
La Cina, proprio in questo settore, sta facendo passi da gigante e si appresta a una grande accelerazione in questa direzione.
Occorre tenerne conto.
Fermo restando che il fine è sempre il potere politico, invece di colpirlo direttamente, risulta più proficuo bypassarlo con un attacco indiretto.
In sintesi, per la Cina è importante colpire l’opinione pubblica, dalla quale nelle nostre democrazie occidentali il potere politico dipende.
Da noi, se l’opinione pubblica è persuasa di qualcosa, la classe politica deve tenerne giocoforza conto.
Il generale cinese Sun Tzu scrisse, già 2.500 anni fa, il trattato “sull’Arte della Guerra”.
Egli descrisse con precisione il pensiero strategico cinese, che da sempre affonda le sue radici sull’astuzia e sull’uso dell’inganno, perché, sempre secondo Sun Tzu, “il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento, ma sottomettere il nemico senza combattere affatto “.
In realtà anche il generale prussiano Carl von Clausewitz era convinto che nel conflitto i mezzi non siano separabili dalla volontà, perché la guerra è “uno scontro di volontà”.
E la volontà è complementare all’attività militare tout court, e questo da sempre.
Interferire sulla volontà dell’avversario costituisce un grimaldello necessario per la vittoria.
La “guerra cognitiva”, che non è sorta oggi, ma esiste dalla notte dei tempi, rappresenta null’ altro che l’uso dell’inganno per condizionare la volontà del nemico. Oggi le chiamiamo “guerre ibride”, ma basta ricordare l’ inganno del cavallo di Troia da parte degli Achei per penetrare nella città murata, per accorgerci che sotto il sole nulla di nuovo è stato inventato.
Ciò che è peculiare nella strategia cinese è che la vittoria finale non è data dalla capitolazione dell’avversario, ma dalla sua colonizzazione; non ci si propone di distruggere totalmente il nemico. Questa visione ambisce al potere con tattiche molto più sfumate.
Per la Cina le nostre democrazie liberali non permettono mai piani strategici di medio e lungo periodo. La sovranità popolare, che è il perno della democrazia di cui andiamo fieri, per i Cinesi è il nostro vulnus.
Il fatto che il potere politico non sia controllato da una élite ben selezionata, obbliga la nostra politica a muoversi nel recinto della convenienza di breve periodo, poiché è necessario sempre godere del consenso, giorno dopo giorno.
Questo implica l’ impossibilità di visioni e di prospettive di lungo termine, che richiedono capacità di pianificazione di obiettivi lontani e differiti nel lungo periodo.
In quale modo, però, i Cinesi manipolano l’opinione pubblica nostra per condizionare in ultima battuta il nostro potere politico democratico?
Sostanzialmente in due maniere: tramite contenuti che costruiscono opinioni e con altri che ne sgretolano.
Il piu grande successo della guerra cognitiva non è modificare il pensiero del nemico, ma distruggerlo. Ad esempio, sarebbe di grande utilità osservare la differenza fra i contenuti veicolati da Tik Tok in Occidente e quelli promossi in Cina.
Questo social network cinese è controllato dalla società ByteDance e, indirettamente, dall’Esercito della liberazione popolare e quindi dal Partito Comunista e dal governo.
Tik Tok in Cina non si presenta come nelle altre zone del mondo.
Il Partito Comunista non desidera che il popolo sia bombardato dagli stessi stimoli neuronali che hanno, invece, elaborato appositamente per noi occidentali.
Da loro l’algoritmo non premia gli utenti che si esibiscono in balletti bizzarri o giocano con gli animali domestici, ma diffonde soltanto quei messaggi che le autorità cinesi desiderano.
Per loro il compito di Tik Tok è formare la coscienza delle giovani generazioni: gli utenti cinesi, per fare un semplice esempio, sono indotti da Tik Tok a ritenere che studiare ingegneria sia “ figo “.
Il Tik Tok declinato per noi occidentali, invece, contribuisce ad abbassare il nostro livello culturale, rendendo virali contenuti ipnotici della durata di pochissimi secondi, scevri di alcuna valenza sociale, atti solamente a indebolire le coscienze delle nuove generazioni sino al loro istupidimento.
Ecco un paradigma di come la tattica della guerra cognitiva si radichi nella manipolazione dell’opinione pubblica per mezzo di un social network apparentemente innocuo.
Si cerca una sorta di catalizzatore capace di amplificare il nostro lato peggiore.
Non a caso in Oriente il nostro individualismo, unito al nostro liberalismo, è percepito come una forma di narcisismo egoista, produttore di vizi e di comportamenti contrari alla coesione sociale.
Il confucianesimo, invece, restringe l’azione dell’uomo all’interno della società, per smussare le passioni negative degli individui e correggerne i difetti innati.
Senza la guida ferma dello Stato sulla società, secondo le élite cinesi, l’egoismo individualistico prevarrebbe e il popolo non potrebbe avere progetti collettivi, perché ciascuno sarebbe interessato al proprio interesse immediato.
Il popolo, secondo questa visione oligarchica, non dispone delle conoscenze e delle competenze necessarie per governare in una prospettiva di lungo periodo.
La strategia cinese è un misto di soft e sharp power, che attrae e sottomette chi viene conquistato dal sistema economico governato da Pechino, con promesse di grandi opportunità future. Non è necessario invadere con i carri corazzati un territorio per conquistarlo, ma è sufficiente accerchiarlo economicamente e convincerlo che è nel suo interesse sottomettersi: questo è il punto di forza della strategia cinese, che integra “infowarfare” e “cyberwarfare” con una guerra economica in una visione senza limiti.
A questo punto occorre domandarsi quali siano i rischi e le implicazioni della guerra cognitiva cinese per le nostre democrazie.
La risposta di Pagani è che la situazione è sufficientemente nitida: la guerra cognitiva è finalizzata a fiaccare l’Occidente e, al contempo, a conquistare spazio nella competizione geopolitica globale, disarcionando la potenza ad oggi dominante, ovvero gli Stati Uniti d’America. La Cina è una grande potenza economica di un miliardo e duecento milioni di individui ed è fisiologico ambisca alla supremazia.
Che cosa fa inoltre la Cina? Va ad occupare tutti quegli spazi vuoti, mettendo in essere una strategia di accerchiamento, investendo per creare convenienze, ma anche dipendenze da parte dei Paesi più poveri.
Realizza infrastrutture in Asia, in Africa e in America Latina e, ovviamente, manipola l’opinione pubblica attraverso la guerra cognitiva.
La minaccia consiste proprio in questo.
I rischi dipendono dalle misure che saranno prese per limitarla. Non cogliere questa minaccia e non opporsi ad essa per arginarla, comporterà rischi elevati.
Se, al contrario, verrà affrontata con serietà e lucidità, sempre secondo Pagani, il rischio sarà minimo.
Un capitolo a parte merita quello che molti studiosi di strategia e d’Intelligence definiscono un “salto di qualità” della guerra cognitiva cinese: la guerra cognitiva algoritmica.
È nulla meno che l’introduzione nella guerra cognitiva di nuove tecnologie: dal supercalcolo agli algoritmi analitici di nuova generazione per analizzare i big data, con l’uso dell’ Intelligenza artificiale generativa per sfornare contenuti in modo sempre più preciso e massiccio.
Si tratta, per Pagani, di un cambiamento dal grande impatto, ma più che un autentico salto di qualità, è una nuova fase nella quale ci si appoggia alle macchine per creare disinformazione in modo più efficace ed efficiente.
Già oggi si possono generare automaticamente contenuti digitali falsi, verosimili e convincenti, introdurli in rete sotto forma di sciami ed indirizzarli in modo chirurgico su quei target analizzati sulla base dei loro dati. I feedback sulle condivisioni dei contenuti e sui Like permettono all’ Intelligenza Artificiale di migliorare costantemente le performance, accrescendo la capacità suasoria delle macchine stesse.
Ricordiamo che nel cyberspazio, che è un mondo dominato dagli algoritmi, trionfa sempre il contenuto più convincente, mai quello più veritiero.
In Italia, purtroppo, siamo pochissimo consapevoli di questo problema.
Pagani sostiene che siamo immersi nella società della disinformazione e che ogni giorno siamo bersagliati da stimoli emotivi ingannevoli. Questo avviene per creare in noi sentimenti di rabbia, di sfiducia, di rancore sociale e anche di odio.
Colui che è manipolato non sa di esserlo, ritenendo di essere giunto, in modo autonomo e libero, ai propri convincimenti.
Rendere consapevoli le persone del fatto che esistono Paesi stranieri che investono così immense risorse per condizionare quanto noi pensiamo, equivale già a una significativa riduzione del rischio.
L’ educazione resta la misura più efficace da adottare: insegnare alle persone come funzionano queste dinamiche e come si possa essere manipolati con facilità a credere ciò che serve ad altri è la giusta via da percorrere.
