Se il 2024 è da dimenticare, il 2025 non promette nulla di migliore
L’ anno in corso sta per chiudersi: la speranza (spes ultima dea) che il nuovo anno sarà migliore accompagnerà, come da rituale, i festeggiamenti della notte di San Silvestro. Il 2024 ha registrato il perseverare delle guerre ai confini di casa nostra, i problemi legati alla difficoltà della sanità pubblica nel fare fronte alle richieste dei cittadini che saranno sempre più numerose e complesse anche in relazione all’ invecchiamento demografico, così come sul fronte dell’ immigrazione non si profilano orizzonti rosei, essendo il fenomeno un processo storico, destinato ad aumentare anche per la crescente desertificazione di ampie zone del pianeta; anche la sostanziale crisi economica non lascia intravedere vere strategie di uscita, se non qualche pannicello caldo.
Il cambiamento climatico corre, irreversibile, sempre più veloce, l’aumento della povertà è costante (il grande “riscontro” in termini numerici della recente Stazione di Posta a Pinerolo ne è la prova), il degrado socioculturale abita sempre più diffuso le periferie delle nostre città, nemmeno si riesce ad arginare il numero di morti sul lavoro così come quello dei femminicidi e la formazione scolastica manifesta gravi criticità che nessuna riforma pare attenuare.
L’ elenco potrebbe non esaurirsi qui.
Una nota positiva è giunta, come ha riportato il nostro giornale giorni fa, dagli spiragli apertisi nella crisi occupazionale di Stellantis, ma una rondine non fa primavera.I problemi summenzionati non sono imputabili a questo governo (poteva fare meglio? Forse sì, forse no: difficile dirlo). In realtà sussistono annosi problemi strutturali. A mio avviso questi provengono, almeno in parte, dall’ impianto troppo liberista che si continua a proporre come unico modus operandi economico.
Di fatto, da quando si è sposata la strada del neoliberismo, indicata a suo tempo soprattutto da Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek, che hanno ispirato leader come Margaret Thatcher e Ronald Reagan in anni non proprio lontanissimi, si è assistito al precipitare del ceto medio verso la via di estinzione, mentre per alcuni si sono aperte prospettive di guadagno edeniche: il coefficiente di Gini sulle diseguaglianze lo testimonia.
Forse proseguire lungo una via socialdemocratica, sebbene il condizionale sia d’ obbligo, non avrebbe condotto a questi esiti. Oggi è impresa quasi impossibile ritornare indietro.Il britannico John Maynard Keynes, che vinse il Nobel per l’economia, è stato abbandonato e riposto nel dimenticatoio con troppa fretta e leggerezza? Ai posteri l’ardua sentenza. Chi ha trovato una nicchia di sopravvivenza, la sua confort-zone come usa dire oggi, la custodisce con grande determinazione e con legittima preoccupazione per un futuro mai così incerto.
Personalmente non ritengo il prossimo anno sarà foriero di reali miglioramenti sotto tutti i profili.
Se sbaglio, sarò certamente il primo ad essere compiaciuto della mia fallacia.
