Attualità

Perché la battaglia contro il cambiamento climatico è persa definitivamente?

Perché la battaglia contro il cambiamento climatico è persa definitivamente?

di Ivan Albano
Recentemente alla Coop 29 di Baku, convocata per trovare una convergenza da parte delle delegazioni dei vari Stati presenti sulle misure da adottare per mitigare il crescente cambiamento climatico, si è assistito all’ ennesimo nulla di fatto.
Perché ogni volta questi grandi consessi si risolvono in un clamoroso flop?
Lungi dal sottoscritto proporla come farina del proprio sacco, desidero invitare il lettore a riflettere su una disamina, che mi pare degna di approfondimento, letta in un articolo di Lucio Caracciolo, personaggio noto al grande pubblico per la sua pluriennale conoscenza delle questioni di geopolitica.
In sostanza – sostiene Lucio Caracciolo – non tutti i Paesi del mondo avvertono il cambiamento climatico alla stessa maniera: se taluni ne percepiscono la minaccia, altri ne intravedono opportunità interessanti.
Ad esempio, la Russia, che possiede un territorio vastissimo con zone molto estese interessate da freddo intenso per gran parte dell’anno, potrebbe percepire l’ aumento delle temperature in queste aree come una opportunità per l’ insediamento di attività legate al settore dell’ agricoltura e dell’ industria.
Inoltre, lo scioglimento dei ghiacci artici aprirebbe vie marittime oggi impraticabili e molto comode, dal punto di vista commerciale, per collegare l’ Est e l’Ovest del mondo: queste zone sono sotto il controllo territoriale russo.
Per altri Paesi, soprattutto quelli attualmente in un discreto via di sviluppo, adottare misure di transizione ecologica, rinunciando alle energie fossili, significherebbe non avere di che “sfamarsi” oggi in prospettiva di un ipotetico futuro più green: della serie, meglio una gallina certa oggi che un presunto uovo dopodomani.
La parte più povera del mondo – pensiamo a certi Stati dell’ Africa – non dispone delle risorse economiche per intraprendere una conversione ecologica e il sostegno offerto dalle nazioni più ricche è del tutto inadeguato.
Esistono poi Paesi convinti che, nonostante tutto, petrolio e derivati saranno ancora necessari per molti anni a venire.
Ovviamente non va scordata la pressione delle lobby del petrolio, che ricopre un ruolo importante.
Restando a dati affidabili, negli ultimi anni le emissioni di CO2 sono continuate a salire, con una media dello 0,8 per cento annuo, nonostante le tantissime (sulla carta) buone intenzioni e le innumerevoli promesse non mantenute.
La battaglia è, quindi, persa e in futuro si assisterà allo spostamento di milioni (l’ ONU ne stima circa duecento, ma per difetto) di migranti climatici, che fuggiranno da terre non più vivibili verso altre meno inospitali.
Inutile illudersi: occorre sempre essere più realisti del re.

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