Cenni storici e personaggi del pinerolese. Don Michele Ponza da Cavour
Scriveva Vincenzo Monti: ” Un vocabolario essendo la tavola rappresentativa di tutte le idee di un popolo, ci diviene per conseguenza il primo e più necessario libro d’ogni nazione.”
Alcuni giorni fa, sistemando alcuni vecchi libri mi è capitato di posare casualmente lo sguardo su un piccolo testo, dalla bella rilegatura in pelle, stampato nel 1847 a Torino dal libraio- editore Carlo Schiepatti. Si trattava del Vocabolario Piemontese- Italiano (e viceversa) scritto dal sacerdote cavourese Michele Ponza, Giubilato Maestro di Grammatica italiana e latina e.…, come recita il frontespizio,” Pensionario del Real Ordine Civile di Savoia”.
Questo semplice fatto mi ha ricordato una curiosa lettura che feci qualche tempo addietro riportata su una vecchia edizione dell’”Almanacco Piemontese” in cui, il noto giornalista, scrittore ed avvocato Vittorio Bersezio (autore de ” Le miserie ‘d Monsù Travet” e fondatore de ” La Gazzetta Piemontese” che diventerà poi ” La Stampa”), tracciava un profilo di Michele Ponza, suo insegnante. Un ricordo delineato con tanta vivezza da rappresentare un quadro biografico assai singolare, curioso, quasi crudele del Ponza. Un ritratto sicuramente dettato ed influenzato dall’amarezza dell’esperienza giovanile con un maestro assai severo ma che non può non lasciare una certa impressione, un’ombra sui metodi educativi e sul personaggio del sacerdote cavourese.
Ovviamente i tempi sono cambiati, i metodi pedagogici rivoluzionati (anche se non sempre in meglio!) ma leggere questi semplici ricordi di Bersezio, questi momenti poco noti di veridica storia nostrana, ci richiamano alla memoria i tempi ed i metodi di un passato scolastico assai remoto ma vissuto e.… forse subito dai nostri padri, dai nostri nonni e bisnonni.
Ma ricordiamo per sommi capi il personaggio:
Miche Ponza nacque Cavour nel 1772 ed insegnò in alcune scuole torinesi passando alla storia per essere l’autore del noto Dizionario Piemontese – Italiano uscito, nella sua prima edizione, nel 1827 e per aver fondato e diretto ” L’annotatore Piemontese” giornale letterario in cui promuoveva lo studio ed il buon uso della lingua italiana in un’epoca in cui la principale lingua utilizzata per comunicare era il dialetto. Il Ponza combatté aspramente anche contro ” I novatori temerari che diffondevano l’eresia letteraria del romanticismo” ed ebbe il merito ” d’essere stato il primo a dar l’esempio in Piemonte di più libere discussioni...”.
Scriveva in modo diligente, semplice, con acuto ingegno evitando nel suo “Vocabolario Piemontese -Italiano” di riportare ” tanti segni , e sulle vocali, e sulle consonanti , buoni soltanto ad abbagliare gli occhi e confondere la mente de’ leggitori ed affatto utili ai piemontesi ” e con lodevole impegno morale ” avendo posto ogni cura affinché uscisse mondo assolutamente d’ogni voce e frase atta a risvegliare idee men che decenti e pudiche …che tu lo potrai accordare ai figlioli e alle figliole tue qual sussidio a stendere i loro concetti…senza che tu n’abbia a temere ”
Il Ponza morì a Torino il 18 novembre del 1846 e, in un articolo necrologio, Luigi Cibrario scrisse di lui:
«Adolescente piuttosto ché giovane vestì l’abito dei Cappuccini. Balestrato poscia in mezzo alla tempesta rivoluzionaria, ebbe comuni con molti uomini d’alti spiriti alcuni degli errori di quella età; ma la schiettezza e la generosità del suo cuore temperarono allora e sempre le prime conseguenze d’un’indole subita e alquanto risentita”
Torino e Cavour gli intitolarono rispettivamente una via.
Ma, per pura curiosità, vediamo cosa scriveva di lui Vittorio Bersezio:
” Quando volle accapigliarsi col Brofferio che in fatto di spirito lo comprava e lo vendeva dieci volte, il povero periodico del Ponza, che l’avversario chiamò L’annoiatore piemontese, fu ferito così a fondo dagli strali e dagli epigrammi brofferiani che dovette tirar le calze.
L’aspetto dell’uomo ne rilevava il carattere: piccolo, magro, curvo, con un capo da uccello, la fronte fuggente, la carnagione color fuliggine, gli occhietti nerissimi, vivacissimi, inquieti ma di uno strabismo tale che facevano pena a vederli, la bocca larga, sdentata, il naso piuttosto voluminoso sempre pieno di tabacco, la voce e la parola aspre; frequentemente collerico, sogghignante talvolta, nè ridente , né sorridente mai; di una pulizia peggio che negativa, nel collaretto, nelle mani colle unghie di velluto del Porta, mani secche, ossute, nodose, negli abiti sciamannati, affrittellati e tabaccosi, non ispirava né riverenza né simpatia.
Le scuole al collegio di Porta Nuova d’inverno per solo riscaldamento erano favorite d’un braciere posto fra i banchi e la cattedra, nel quale avrebbe dovuto ardere della carbonella; avrebbe dovuto sì, ma in realtà, incuria e furberia del bidello, quella carbonella mancava sfacciatamente al suo dovere; e il solo mezzo che restava a noi scolari di farla fonte di calore, era di servirsene come proiettili nelle nostre battagliole. Il maestro ci veniva e rimaneva tutto avviluppato in un mantellaccio, con tre pellegrine corte sulle spalle, che chiamavasi chiri ( forse dal chierico perché l’usavano abitualmente i preti ) , con un collettaccio tirato su, in cui stava tutta nascosta la sua testuccia, in cima della quale conservava sempre il berrettino tondo detto solideo; e in quel mantellaccio stava raccolto , rannicchiato in sulla cattedra con fuori all’aria niente altro che il naso tabaccoso e l’uno e l’altro sguardo degli occhi guerci.
Il Ponza teneva la scolaresca sotto ferrea disciplina, e oltre alle sgridate, alle sfuriate aveva a sanzione delle sue leggi tre pene: il mandare in ginocchio il reo in mezzo alla scuola e farvelo stare per un tempo, un’ora, due, tutta la mattinata, tutto il pomeriggio, tutto il giorno, più giorni di seguito; i pensi ossia la parecchie volte ripetuta copiatura di qualche dettato o di pagine d’autore o di salmi più solitamente del Miserere; e talvolta qualche scopaccione sfuggito alle mani sporche del maestro imbizzito. Il Ponza abusava di questi tre mezzi repressivi, massime dei pensi; e i maligni dicevano che la carta di essi gli serviva a provvedersi dal tabaccaio l’enorme quantità di polvere nicoziana (tabacco da fiuto) che il suo naso consumava in continuazione. Ma il peggio era che quelle punizioni non erano sempre applicate giustamente.
Aveva per favorito uno degli scolari, che in verità per ingegno, per istudio e per disciplina non poteva dirsi superiore, ma per carattere cattivo e maligno: a costui, che già era sempre il primo della classe, il maestro aveva data una speciale autorità quasi di suo sostituto, tale da potere egli stesso, per qualsiasi pena, ammonire e condannare alle inginocchiature e ai pensi i compagni; punizioni che non solo venivano sempre confermate, ma il più spesso ancora aggravate dal potere superiore.”
Il racconto prosegue poi con la descrizione delle vere e proprie angherie subite dal povero studente Bersezio e il tragicomico scontro con il “Favorito del Ponza” appoggiato dal Ponza stesso.
Non voglio però annoiare con la descrizione dell’esito di questa vivace diatriba scolastica ” D’antan” ..
In conclusione, dopo queste brevi note tutto possiamo pensare sull’opportunità e validità dei metodi didattici ed educativi del terribile don Michele Ponza da Cavour ma, visti poi i risultati conseguiti dal Bersezio, la lingua italiana, almeno quella, l’ha saputa insegnare… ed assai bene!
Dario Poggio
